Accordo di Malta
Punto di partenza

La svolta c’è, ma è ancora gracile. L’accordo della Valletta sui migranti è sicuramente un passo in avanti, eppure non c’è quel rovesciamento sul fronte migratorio auspicato dai più saggi in Europa. Anzi l’enfasi sullo slogan «L’Italia non è più sola» è del tutto fuori luogo. L’Italia non è più sola perché ha deciso di non auto-isolarsi e di sedersi al tavolo con gli altri. Poteva farlo prima con lo stesso risultato se un (ex) ministro dell’Interno avesse frequentato di più i vertici europei formali e informali.

Detto questo il punto strategico dell’accordo e cioè redistribuzione dei migranti e rotazione dei porti sicuri di accesso, è un buon punto di partenza, ma inganna senza una nuova architettura degli Accordi di Dublino. Serve solo a segnalare il superamento del salvinismo politico da parte della nuova maggioranza, senza intaccarne la sostanza, e per evitare che nell’opinione pubblica, malamente informata sugli sbarchi, non venga stravolta la luna di miele con i governi passati e futuri che promettono una barriera a presunte invasioni. Se gli Accordi di Malta daranno il via ad un vero cambio di passo europeo con la riscrittura totale di Dublino è cosa da vedere.

Il principio che chi arriva dal mare non vada lasciato nel Paese di approdo, ma automaticamente viene accolto dall’Europa è una virtuosa idea, che ha bisogno di applicazioni pratiche. E qui s’inciampa. Si prevede che chi si sfila verrà sanzionato. Ma le multe proposte sono blande. L’Ungheria di Orban ha già chiuso le porte con un «pagherò» a futura memoria. Perché non è stato deciso il taglio di almeno una parte dei fondi strutturali? L’Ungheria riceve da Bruxelles, nel quinquennio 2015-2020, 34,3 miliardi di euro, cioè il 4 per cento del suo Pil. È chiaro perché ha immediatamente dichiarato di essere disposta a pagare una multa in saldo. L’altra questione, iper-sensibile nell’opinione pubblica abituata a smanettare sui social, è quella della ripartizione «automatica», aggettivo magico per mettere al riparo il consenso. Ma, come ha osservato il professor Maurizio Ambrosini, massimo esperto italiano di politiche migratorie su «lavoce.info», anch’essa è fuorviante e non risolve, anzi aggrava, il problema: «Che senso ha spedire in Portogallo o in Romania persone che vogliono andare in Germania, ben sapendo che lì troveranno maggiori opportunità nel mercato del lavoro e nel sistema di welfare».

Ciò che rende incerto e ambiguo il documento della Valletta è la mancanza di visione. Il premier Conte è soddisfatto ed euforico perché ha battuto il salvinismo, ma un vero cambio di passo sta in una riforma totale sulle migrazioni, per dimostrare che è possibile coniugare benessere degli immigrati che arrivano e dei cittadini italiani che ci sono. Bisogna abolire la Legge Bossi-Fini e i decreti sicurezza che lì affondano le radici e superare la competizione tra controllo e dissuasione degli arrivi e integrazione e protezione, oggi pericolosamente inclinata sul primo versante. È un cambio di passo culturale prima che amministrativo. In Italia dal tempo della legge Turco-Napolitano l’idea è sempre stata quella che gli immigrati vanno respinti. Salvini è solo arrivato lucidamente alle estreme conseguente. Sono state prima diminuite le quote, la cosiddetta «venuta sotto sponsorizzazione», poi le quote sono sparite e la legge è diventata un fabbrica di clandestini: qualcuno dovrà pur raccogliere i pomodori. Una riforma complessiva deve partire dai numeri e dalle esigenze del marcato. Le stime demografiche per l’Italia al 2050 prevedono in assenza di migrazione una perdita del 32 per cento della popolazione attiva e un aumento del 67 per cento della popolazione anziana. Questo va detto alla gente, perché si ravveda. Durante il governo Prodi era stato proposto dall’allora sottosegretario alla solidarietà Cristina De Luca un piano triennale sulla materia. Mai fatto.

Oggi per rendere meno gracile il passo di Malta la maggioranza giallo-rossa dovrebbe trovare il coraggio di farlo con una riforma saggia, autorevole e originale, che preveda anche i diritti di cittadinanza «ius soli» o «ius culturae». I numeri ci sono in Parlamento mentre vanno fuori smontate con pazienza una ad una tutte le bugie sui migranti.

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