Dal dramma alla favola, Pippo torna a fare gol

LA STORIA. Lieto fine per Filippo Serantoni, di Stezzano, bomber bergamasco dell’Inter Under 16. L’estate scorsa il grave incidente, poi i lunghi mesi fuori, domenica il ritorno.

Filippo Serantoni ha la testa sulle spalle. Ha la testa dura, e soprattutto ce l’ha piena, piena di quelle qualità - intelligenza, maturità - che normalmente ti consentono di superare le difficoltà. Ma con questa storia la parola normalità non ha niente a che fare. Questa è una storia che, da tragica, si è trasformata in una favola.

Si torna indietro, al 23 luglio 2025. Filippo si alza dal suo letto nella casa di Arbatax, in Sardegna, luogo delle vacanze di famiglia da ben prima che venisse al mondo, il 26 aprile 2010. Da un paio di stagioni è un talento emergente del calcio italiano: dopo le prime pedate da bimbetto nella Virtus, nell’estate 2023 l’Inter vede in quello smilzo rapace dell’area di rigore qualcosa di speciale. Detto, fatto: al centro dell’attacco arrivano due annate da 10 e 25 gol. Tre di questi - due nel primo anno e uno nel secondo - li segna in finale, trascinando la Beneamata a due scudetti, Under 14 e U15. Insomma, ha il vento in poppa, e l’italico pallone ha l’acquolina in bocca. Lui, anima semplice e per niente montato, quella mattina prende il suo telo e va a Cala Moresca - diventata «casa» grazie ai nonni Vittorio e Gianna - per la solita giornata sole e mare, dopo un’annata scolastica proficua al liceo Natta. Con lui alcuni amici e la sorella Giorgia, 18enne che ha ereditato il talento per il volley da papà Marco e mamma Simona, e ora palleggia per il Lurano di Serie B2.

La vita in bilico e i mesi «sospesi»

Il resto della mattina, però, si trasforma in un incubo: Filippo, dopo un tuffo, risalendo sugli scogli ha uno svenimento, cade e picchia la testa, che fa crac. La situazione è subito grave. I soccorsi arrivano spediti, determinante in questo è Michela, amica di famiglia che è lì insieme ai figli (mentre i genitori quella mattina per un caso non sono lì). Elisoccorso, imbragatura, trasferimento in codice rosso all’ospedale di Nuoro, mentre Marco e Simona vengono avvertiti, e immaginate lo stato d’animo: il peggior incubo nella vita di un genitore. «Importante frattura infossata con emorragia cerebrale», è l’agghiacciante diagnosi. Fortunatamente, le operazioni e le cure tempestive portano i loro frutti, Filippo esce dal pericolo di vita. Ma ha rischiato molto, e resta in ospedale 17 lunghissimi giorni.

Il peggio è passato, ma per certi versi deve ancora venire: il ragazzo è sì salvo, ma il calcio per un po’ di mesi (se va bene) può scordarselo. Non vuole, ma deve, e questo crea una situazione emotivamente difficile: andatelo a dire a un altro che forse potrebbe essere costretto a non giocare più, lui che a 15 anni era in rampa di lancio, e deve «accontentarsi» di essere vivo. Il decorso del problema va come deve andare: gli ematomi si riassorbono, le ossa pian piano si saldano e guariscono, ciò che c’è dentro è rimasto tutto al suo posto, intelligenza e maturità comprese.

Ma per molti mesi il calcio è qualche allenamento soft nel giardino di casa a Stezzano e guardare gli altri giocare. L’Inter gli sta vicino, i big della società e della prima squadra lo riempiono di attenzioni, ma lui non sente l’odore dell’erba per tanto, troppo tempo. Passano l’autunno e l’inverno, la situazione è sospesa, e complicata da gestire anche per chi gli sta intorno e lo ama. Finché i controlli medici e i consulti con gli specialisti portano a una prima «idoneità alla pratica non agonistica»: si allena con la sua Under 16, ma quando arriva la partitella Filippo si accomoda a lato, i contatti sono un rischio per il momento inaffrontabile.

Il rientro: 20 minuti, un gol e un palo

Poi, il 17 marzo, i controlli del neurochirurgo dicono che con un caschetto può tornare a giocare. Filippo torna «abile e arruolato» dopo la visita agonistica del 23. Il 31 è la data del primo allenamento completo, una «morellata» sulla tibia viene festeggiata quasi come un gol dei suoi. Un ritorno, questo sì, alla normalità. Dell’incidente dell’estate non vuole più sentir parlare, e i genitori le sentono su se si permettono di chiedere: «Hai colpito di testa?». Viene convocato per la partita col Südtirol di domenica. Come logico parte dalla panchina, ma arriva il momento del ragazzo che è un pezzo di pane ma con i tacchetti sotto le suole diventa un serpente a sonagli. Venti minuti con il suo caschetto in testa, un gol anticipando il portiere (il terzo del 3-0 finale) e un palo colpito in mezza rovesciata.

«Un momento sognato dal 23 luglio»

«Sono talmente felice da non saper cosa fare... - spiega -. Un momento che sognavo dal 23 luglio, mi mancava tantissimo. Compagni, famiglia, club e staff: mi sono stati tutti vicino, sempre, in questi mesi di alti e bassi. Grazie a tutti». Pippo-gol, questo il soprannome che si è meritato, e che evoca Filippo Inzaghi, è tornato. E forse, non se n’è mai veramente andato. Perché la testa è dura, le qualità sono tutte lì dentro e muovono piedi vellutati e sopraffini, altro che la passata di ammorbidente per Carnesecchi di gasperiniana memoria… La sua storia è ancora tutta da scrivere, ma la favola, quella, ha già avuto il suo lieto fine.

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