(Foto di Colleoni)
LE ORDINAZIONI. Don Federico Rossi (di Pradalunga) e don Andrea Formenti (di Treviolo) hanno deciso di dire «sì» a Dio per farsi prossimi. Sabato 30 maggio, alle 17, le ordinazioni sacerdotali in Cattedrale. La diretta su Bergamo Tv.
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Sabato 30 maggio, alle 17 (diretta su Bergamo Tv, canale n.15), nella Cattedrale di Bergamo, il Vescovo Francesco Beschi ordinerà sacerdoti don Federico Rossi di Pradalunga e don Andrea Formenti di Treviolo. Due giovani della nostra Diocesi, di 25 anni e poco più. Due vite che hanno detto sì. Vale la pena fermarsi un momento. Non solo per la cerimonia – bella e solenne come sempre – ma per quello che accade in controluce. Per capire, o almeno intuire, che cosa significa davvero quello che stiamo per vedere.
Gli uomini, nel corso dei millenni, hanno cercato le parole giuste per descrivere coloro che si fanno mediatori, ponte, passaggio tra le cose del cielo e quelle della terra, tra il mistero di Dio e la vita di noi tutti. Li hanno chiamati «sacerdoti». «Presbiteri». «Pastori»
Gli uomini, nel corso dei millenni, hanno cercato le parole giuste per descrivere coloro che si fanno mediatori, ponte, passaggio tra le cose del cielo e quelle della terra, tra il mistero di Dio e la vita di noi tutti. Li hanno chiamati «sacerdoti». «Presbiteri». «Pastori». Il cristianesimo ha ereditato queste parole antiche, le ha fatte proprie e le ha riscritte a partire da un’idea nuova: che Cristo stesso è colui che le realizza in pienezza. Proviamo allora a seguire il tracciato e le speranze di queste tre parole. Nelle loro pieghe sta anche il nostro augurio.
La prima è «sacerdote». Federico e Andrea diventano sacerdoti. Dentro risuona l’idea di «sacer», «sacro». L’uomo del culto, l’uomo dell’offerta. Anticamente era colui che prendeva qualcosa appartenente alla vita di tutti – il cibo, un animale, il grano del campo – e lo offriva a Dio. Un gesto per noi forse poco sensato. Ma profondo. Perché diceva una cosa precisa: non tutto è tuo. Non tutto è consumabile. C’è un di più, un’eccedenza che ti sorpassa. Sacro. In questo senso, l’offerta a Dio era una restituzione.
Il sacerdote è allora colui che compie il sacrificio – che con la sua crudezza di offerta bruciata dal fuoco e di sangue versato, non è solo una rinuncia: dice piuttosto che la vita si paga con la vita. Che esistere è esigente. Che c’è un mistero di dono e di totalità, senza cui il mondo non va avanti. Il sacrificio liturgico, quello dell’altare, è il segno di questo sacrificio più grande. È la forma rituale di un’esistenza restituita, vissuta con gratitudine, dalla coscienza di chi sa di aver ricevuto molto e sa che senza ridare qualcosa, la vita non trova la sua sorgente.
La seconda parola è «presbitero». «Prete», nella sua versione più corrente. È un vocabolo difficile e arcaico. Significa letteralmente «anziano». Ed è un titolo controcorrente, quasi provocatorio, in una società che ha fatto del mito dell’eterna giovinezza una sorta di religione. Augurare l’anzianità a un ragazzo di venticinque anni sembra uno scherzo.
Non lo è: il presbiterato chiede a questi giovani di entrare nella Chiesa con la sapienza di chi ha vissuto. Non indica l’età anagrafica – quella arriva da sola – ma la maturità dello spirito. Quella mai raggiunta, ma che si acquista solo nella preghiera ostinata, nella visita agli ammalati, nell’incontro con chi è nel bisogno, in qualche notte insonne perché si è preoccupati per un ragazzo dell’oratorio che non è nel suo momento migliore. È un rischio reale, entrare nel ministero e rimanere semplicemente giovani. Brillanti, forse. Entusiasti, certo. Ma senza la capacità di invecchiare in Dio ogni giorno. Anche nella fatica.
Presbitero poi dice bene anche di un’appartenenza: è l’essere inseriti in una famiglia più grande, in un’opera comune che si chiama presbiterio – con il Vescovo, gli altri preti e i diaconi. Non si è preti da soli. Non si porta questo peso da soli
Presbitero poi dice bene anche di un’appartenenza: è l’essere inseriti in una famiglia più grande, in un’opera comune che si chiama presbiterio – con il Vescovo, gli altri preti e i diaconi. Non si è preti da soli. Non si porta questo peso da soli. Federico e Andrea entrano in una storia che li precede e che li porterà avanti, in una catena di uomini che nella nostra diocesi, di generazione in generazione, hanno custodito la possibilità dell’incontro con Dio.
La terza parola è «pastore». Dal Concilio Vaticano II è tornata alla ribalta con una luce nuova, per ricordare qualcosa di fondamentale: il prete è colui che cammina con la gente. Qualcuno che, come ci ha detto Papa Francesco, deve avere l’odore delle pecore nella pelle.
Il pastore guida perché cammina insieme, fianco a fianco. Solo così diviene solidale con il gregge fino alle midolla, fino all’odore. Può stare davanti solo perché ha il coraggio di stare a fianco. Conosce la strada perché ogni mattina si lascia indicare la direzione da ciò che riceve nell’incontro con Dio, con i suoi fratelli, con le sue sorelle. Dà la vita per le pecore – non come formula retorica, ma come esito concreto di giornate spese, di energie consumate, di affetti messi in gioco senza riserve. Soprattutto nella monotonia di ogni giorno. Lì dove crescono i sogni e dove a volte si affacciano i fallimenti. Lì dove qualcuno ha bisogno di raccogliere i cocci e di poter ripartire.
Niente di eroico e nessun piedistallo di superiorità: l’offerta di sè, la restituzione grata, il dono della vita e la sfida del presiedere sono credibili solo quando restano umili. Solo quando la chiamata a stare in alto nella comunità coincide con ciò che sprona a tenere in alto l’esistenza. E a stare in basso, con gli ultimi, a proprio agio all’ultimo posto.
Sacerdote, presbitero, pastore. Tre parole. Una sola vita. E questa vita, nella nostra diocesi, non è indifferente. Perché anche grazie a bravi e santi sacerdoti – con tutta la loro pochezza ben evidente e con tutti i loro limiti – l’incontro con il Signore è potuto diventare reale nella storia delle nostre comunità. È diventato oratorio, casa per tutti, pane per i poveri. È diventato benedizione per chi soffriva, Sacramento per chi si avvicinava alla morte, gioia nella nascita di un figlio, bellezza nella Prima Comunione.
Non è poco. È per questo che in tale circostanza risuona con ancora più forza una convinzione: la nostra diocesi ha bisogno di preti. C’è bisogno che qualcuno dei nostri giovani si lasci raggiungere da questa domanda. Non per senso del dovere. Non per riempire un vuoto organizzativo. Ma perché sente, dentro, che donare la propria vita in questo modo è la cosa più vera che potrebbe fare. Perché riconosce che ciò che sembra valere poco – l’invisibile, il legame con il Dio di Gesù, la preghiera, la carezza a un malato, la passione per le pecore – in realtà vale molto.
Don Federico e don Andrea ci danno questa speranza. Con la loro scelta dicono che è ancora possibile. Che vale la pena. Che la vita donata non è una vita sprecata, ma una vita che trabocca: riempita da quella degli altri e capace di riempire, almeno un poco, quella di chi incontrano. L’augurio che facciamo a loro è lo stesso che facciamo alla nostra Diocesi: continuare a camminare, custodire e rendere sempre più visibile il legame tra Dio e il suo popolo.
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