Proiettili a Confindustria
Indagati due sessantenni

Esponenti dell’estrema sinistra già condannati al «processone» a Prima Linea. La donna: serena, da allora non ho preso neppure una multa.

Ci sono due indagati per le lettere minatorie spedite a giugno ai presidenti di Confindustria Lombardia Marco Bonometti e Confindustria Bergamo Stefano Scaglia e per la bomba carta recapitata a settembre al presidente di Confindustria Brescia Giuseppe Pasini. Le missive contenevano un proiettile calibro 6,25 ciascuna ed erano firmate da una sigla fino allora sconosciuta nella galassia dei gruppi in odore di terrorismo: Nuclei proletari lombardi. I tre presidenti sono finiti sotto scorta dopo questi atti intimidatori che per gli inquirenti hanno a che vedere con le presunte pressioni (smentite anche dal procuratore aggiunto Maria Cristina Rota) esercitate dagli industriali per scongiurare la zona rossa a Nembro e Alzano nei primissimi giorni dell’emergenza.

Giovedì 11 marzo all’alba la Digos di Bergamo, su disposizione dei pm della Dda di Brescia Silvio Bonfigli e Caty Bressanelli, ha bussato alle abitazioni di M. P. P. , donna di 65 anni, nel quartiere di Monterosso, e di G. F., 64 anni, a Pradalunga. Nei loro confronti sono scattate le perquisizioni, dopo di che i due sono stati trasferiti in questura per l’identificazione e il prelievo salivare. Entrambi risultano indagati per associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico e minacce aggravate. G. F. e M. P. P. appartengono all’estrema sinistra (la donna fa attualmente parte della segreteria provinciale di Rifondazione comunista) e sono stati condannati al termine del vecchio «processone» a Prima Linea. In appello lui a 6 anni, lei a una pena con sospensione condizionale.

Sia G. F. che M. P. P. hanno preso parte alle manifestazioni del Comitato popolare verità e giustizia per le vittime da Covid-19, orientato a sinistra e alternativo rispetto a quello più famoso. Fra le iniziative organizzate, i sit-in di protesta all’ospedale di Alzano e quello davanti alla sede bergamasca della Regione in via XX Settembre a Bergamo, dove M. P. P. aveva preso la parola. Il testo dell’intervento ieri è stato sequestrato dagli agenti della Digos, insieme a un fascicolo col logo di Rifondazione comunista, il cellulare, il pc, un tablet e memorie esterne. Nella casa della donna sono stati sequestrati anche circa tre etti di marijuana (lei e il compagno sono stati denunciati per la detenzione della droga, anche se agli agenti è stato spiegato che sarebbe per uso personale).

Anche a casa di G. F. sono stati sequestrati pc, telefonino e altri supporti elettronici. Entrambi sono attivi sui social, con interventi di accesa polemica politica, anche riguardo (soprattutto G. F. ) alla tragedia che stiamo vivendo. Ed è l’abbinamento tra un passato extraparlamentare con condanna per associazione terroristica e partecipazione a iniziative che hanno come oggetto anche la vicenda della zona rossa che ha portato gli inquirenti a casa dei due.

Il decreto

Stando al decreto di perquisizione gli agenti cercavano «materiale in qualsiasi supporto dal quale si possa trarre indicazione in ordine a eventuali messaggi, post o altre tipologie di comunicazioni postate su social o inviate per posta ordinaria o altro mezzo di comunicazione»; «ogni altro oggetto utile alla ricostruzione della paternità delle missive inviate nello scorso 2020»; «materiale sul quale è possibile rilevare tracce utili alla ricostruzione di profili genotipici utili alla comparazione (con il Dna repertato sulle buste spedite)», «armi, munizioni e altri strumenti atti a offendere».

I fantomatici Npl ci tenevano probabilmente a destare scalpore a Bergamo. La lettera al presidente degli industriali lombardi era stata infatti spedita nella sede di Confindustria Bergamo e quella a Scaglia nella redazione de L’Eco. «Sappia che non dimentichiamo - si legge nel messaggio a Scaglia -. Mai. Una bara in più non si nega a nessuno. O lui o un suo familiare. Solo questo potrà ridare dignità a chi è morto sul lavoro. Dove non arriva il Covid arriviamo noi». Lessico e stile rozzi che paiono mutuati più dal livore social che dal linguaggio della vetero politica in cui s’erano fatti le ossa M. P. P. e G. F. «Non sapevo di quelle lettere anonime, non avevo letto la notizia sui giornali - spiega M. P. P. al nostro giornale -. Sono serenissima, le pare che una donna di 65 anni possa fare una cosa del genere? La polizia avrà voluto vedere il personaggio che potevo essere 40 anni fa. Ma dopo la condanna al processone non ho preso nemmeno una multa».

Rifondazione si dice certa dell’estraneità dei due, esprime loro solidarietà e in un comunicato scrive: «Non sappiamo chi ha usato minacce e intimidazione nei confronti degli imprenditori e di Confindustria, ma li condanniamo per il regalo che hanno fatto ai padroni. Li condanniamo per avere posto dalla parte del torto chi ha ragione e viceversa. Li condanniamo perché la ragione si afferma con la lotta politica e non con la violenza e l’intimidazione. Chiunque l’abbia fatto, ha sbagliato».

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