Delitto di Albino, la minorenne
farà volontariato in un oratorio

Il tribunale dei minori ha deciso il 29 aprile la messa alla prova per S. J., la diciassettenne svizzera di origine kosovara che nel giugno scorso era stata arrestata per l’omicidio di Sara El Omri, insieme al marito di quest’ultima, Amine El Ghazzali, marocchino ventiseienne per il quale giovedì in abbreviato il pm Raffaella Latorraca ha chiesto una condanna a 32 anni di carcere.

Il delitto si era consumato il 2 giugno 2015 sulla pista ciclabile della Valle Seriana, all’altezza di Albino, nei cui pressi Sara, Amine e S. J. da una settimana vivevano accampati sotto la stessa tenda. Secondo l’accusa, il marocchino avrebbe ucciso la moglie perché diventata un ostacolo: lui l’avrebbe sposata per ottenere il permesso di soggiorno. Ma quando S. J., con cui aveva una relazione nemmeno troppo nascosta, era rimasta incinta, al ventiseienne s’era presentata una via per lui più agevole: diventando padre del bimbo di una cittadina elvetica, per regolarizzarsi avrebbe potuto ricorrere al ricongiungimento familiare.

Tra Amine e Sara la sera del 2 giugno era scoppiato un litigio, con lui che aveva impugnato un coltello e aveva inferto 25 colpi alla moglie. «Camminavo davanti a loro e li sentivo discutere. Poi mi sono voltata e lei era a terra»,è stata la versione fornita da S. J., assistita dagli avvocati Teresina Zucchetti e Andrea Pezzotta. Versione che in questi undici mesi ha fornito altre quattro volte, risultando sempre coerente.

«Sono rimasta lì pietrificata, quando ho visto la scena - ha poi specificato col tempo l’adolescente -, non ho avuto la forza di reagire. Mi sono comportata come un automa e quando Amine di mi detto di correre e scappare con lui, l’ho fatto senza pensarci».

La giovane, all’epoca sedicenne, era stata arrestata per il concorso nell’omicidio ed era finita nel carcere minorile Beccaria di Milano. Poi, anche per via del fatto che era in gravidanza, è stata scarcerata e destinata a una comunità per ragazze minori in Brianza, dove sta scontando la misura cautelare.

La messa alla prova per S. J. era stata chiesta il 19 gennaio scorso, con pareri e relazioni favorevoli da parte dei servizi sociali di Milano e degli operatori della comunità di cui è ospite. Nell’udienza di ieri il tribunale minorile di Brescia (competente per il territorio di Bergamo) l’ha formalmente approvata, definendo nei particolari il programma. La ragazza, che nel frattempo è diventata mamma, dovrà seguire un percorso che avrà una durata di circa tre anni. Innanzitutto, dovrà conseguire la licenza di terza media alla scuola che sta frequentando. Oltre a questo, per un giorno la settimana dovrà svolgere del volontariato, occupandosi nello specifico di raccogliere offerte di beneficenza in un oratorio milanese.

Il secondo passo sarà l’inserimento nel mondo del lavoro, mentre il terzo sarà quello di vivere autonomamente con il suo bimbo.

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