Emigrato in Scozia, faccio il cardiochirurgo

Emigrato in Scozia,
faccio il cardiochirurgo

È una storia al contrario quella di Vincenzo Giordano, trentasettenne di Cologno al Serio, che in un Paese perennemente tacciato di nepotismo si è visto obbligato a fare le valigie e peregrinare per il mondo - per poi mettere radici a duemila chilometri da casa - affinché gli fossero concesse le chance professionali che in Italia gli erano stare ripetutamente negate. Perché Vincenzo, dal padre Domenico, non ha ereditato soltanto l’amore per i vini pregiati e le automobili d’epoca : il capofamiglia - affermato cardiochirurgo che per più di 30 anni ha svolto la professione all’ospedale di Bergamo - gli ha trasmesso anche la passione per questa delicata branca della medicina.

«Non ho mai voluto approfittare della sua posizione, né del suo nome. Eppure, ovunque mi presentassi, tutti erano prevenuti: davano per scontato che fossi un raccomandato. Nulla di più distante dalla realtà. E a un certo punto, stanco delle etichette e delle porte in faccia, ho preso la decisione di andarmene; peccato, perché sarebbe stato un onore poter lavorare al suo fianco: assisterlo durante le operazioni per carpirne i segreti, analizzare i movimenti delle sue mani o il modo in cui gestisce le urgenze», racconta dispiaciuto.

Si dice che chi non semina, non miete: e il dottor Giordano junior ha fatto bene a osare, considerato che a dispetto della giovane età può già fregiarsi della qualifica di «consultant» (specialista, ndr) cardiochirurgo alla Royal Infirmary di Edimburgo, nosocomio nel quale presta servizio dal 2012 e dove sono nati anche i suoi bambini, Victor di tre anni e mezzo e Sara, di uno e mezzo, avuti dalla moglie Maria Pilar, spagnola di Saragozza e infermiera cardiovascolare toracica, conosciuta ai tempi della scuola di specializzazione a Milano. Anche lei una collega del mondo della sanità, insomma, al pari della madre, Elisabetta Lorenzi, pediatra di base a Cologno. «Nonostante sia cresciuto in una famiglia di camici bianchi, mi fu chiaro cosa volessi fare da grande soltanto all’ultimo anno di liceo: senz’altro giocò un ruolo importante la stima incondizionata che ho sempre nutrito nei confronti di papà, così come il desiderio di somigliargli. Frequentavo il Sarpi, quindi vantavo un’ottima cultura classica, ma non potevo dire lo stesso per la fisica, la chimica e la biologia, necessarie per superare i test di ingresso di Medicina. Trascorsi l’estate della maturità a studiare: ne valse la pena, perché venni ammesso alla facoltà di Brescia».

Poi, dopo la laurea , arriva il momento della specialità in Bicocca a Milano: un percorso che sembra nascere sotto una buona stella, considerato che il primo giorno del primo anno conosce una stagista spagnola, Maria Pilar, con cui si sarebbe sposato nel 2011.

È stato però a causa di quel lustro milanese se Vincenzo è diventato un «bergamasco senza confini». «Fu una pessima esperienza: tanta fatica, per imparare poco. Quella frustrazione mi diede la forza di andare all’estero: dapprima sette mesi alla Johns Hopkins University di Baltimora, Stati Uniti, all’avanguardia in trapianti e assistenze ventricolari, in seguito un biennio al Medisch Spectrum Twente di Enschede, nei Paesi Bassi. Fu lì che mi concessero di eseguire il primo intervento: la sostituzione di una valvola aortica su una paziente di 70 anni. Ero intimorito, come è naturale, ma scoppiavo di gioia: una volta uscito dalla sala operatoria chiamai familiari e conoscenti per condividere con loro quell’evento. Non mi sembrava vero: in Bicocca si limitavano a farmi compilare le cartelle o effettuare visite di dimissioni».

Conclusi gli studi, invia curriculum a raffica in Spagna e Italia, ottenendo scarsi risultati. «A Madrid privilegiarono un candidato che si era formato in quella struttura. Così tornai a Bergamo: per tre mesi esercitai gratis nella cardiologia dei vecchi Riuniti; sostenni un colloquio anche a Lecco e mi proposero di rimanere, senza retribuzione, finché non si fosse liberato un posto. Ma ormai avevo 31 anni e mi ero appena sposato: non potevo permettermi di lavorare per la gloria. Ad agosto 2011 io e mia moglie caricammo in macchina i nostri averi: ero stato assunto all’ospedale di Aberdeen, Scozia. Di lì a poco ci spostammo a Edimburgo, che vanta un policlinico più grande».

In Regno Unito, Vincenzo ha trovato un padre putativo. «Il mio capo è di Verona: un cardiologo straordinario, che mi ha insegnato moltissimo. La vita è davvero buffa: ho intrapreso questa strada con il sogno di esercitare a Bergamo sotto la guida di mio papà, invece mi trovo a duemila chilometri, “adottato” da un suo collega. Emigrare è stata la mia fortuna, perché ho imparato il mestiere: in quattro anni ho eseguito 700 interventi, 300 dei quali nell’ultimo anno e mezzo. In Italia non li avrei fatti nemmeno in tutta la carriera: del resto opero mediamente sei volte a settimana. Il perché di questo divario è presto spiegato: da noi negli anni Ottanta e Novanta le facoltà di Medicina non erano a numero chiuso, di conseguenza sono stati sfornati parecchi dottori. Quelli della mia generazione ne fanno le spese: si vedono costretti ad emigrare, pur di indossare il camice. Al contempo vige una mentalità poco meritocratica e patriarcale: la vecchia guardia fatica nel cedere il testimone alle nuove generazioni, rilegate a mansioni minori. Qui non avviene, perché l’ordine di categoria vigila in maniera rigida. La mentalità tricolore è chiusa al punto che hanno sempre cercato di imporre a me – mancino – di usare la mano destra: a loro dire, la cardiochirurgia non era conciliabile con la sinistra. Niente di più sbagliato: in Inghilterra esistono persino dei video tutorial per supportare i chirurghi mancini». Eppure, conclude, il sogno di tornare in Italia rimane nel cassetto. «A breve mi perfezionerò in chirurgia aortica a Liverpool: una qualifica che darà maggior prestigio al mio curriculum. Spero che mi consenta, un domani, di esercitare nel mio Paese e che mi vengano riconosciuti i meriti che in passato mi sono stati negati. Se uno dei miei figli volesse seguire le mie orme, di certo gli consiglierei di pensarci bene: bisogna sacrificare il proprio privato e la famiglia. E, soprattutto, perseverare: si fatica così tanto per ritagliarsi un posto al sole, che la costanza non può mai venire meno».

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per sei mesi l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: [email protected].


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