Lunedì 21 Luglio 2014

A lezione da Prada e Louis Vuitton
La dogana impara i segreti del griffe

Secchielli Louis Vuitton

A lezione da Louis Vuitton, Prada e Nike. Solo per citare alcuni nomi famosi. Gli stage in questo caso non sono riservati a giovani stilisti ma agli agenti dell’Agenzia delle dogane di Bergamo che, nella sede dell’aeroporto di Orio al Serio, vengono aggiornati periodicamente dai tecnici di diverse maison della moda su come distinguere nei minimi dettagli le merci false dai prodotti originali.

E la scelta dello scalo bergamasco - che è tra l’altro l’hub principale di grandi corrieri internazionali - non è un caso, perchè la nostra Agenzia delle dogane rappresenta un po’ un punto di riferimento nazionale nella lotta alla contraffazione. A dimostrarlo ci sono i risultati: i pezzi sequestrati – si tratta per la stragrande maggioranza di prodotti di abbigliamento, calzature, accessori personali, ma anche telefoni cellulari, apparecchi elettronici e informatici - sono saliti dai circa 12 mila del 2011 agli oltre 122 mila del 2013.

«E il trend di quest’anno è ulteriormente in crescita – spiega Michele Aricò, direttore dell’Ufficio delle dogane di Bergamo da cui dipende la sede aeroportuale –. Il 2013 ha rappresentato un po’ lo spartiacque perchè, sulla scorta di alcune indicazioni nazionali, il nostro obiettivo prioritario è diventato proprio la lotta alla contraffazione». E non si tratta solo di controllare le merci, quelle contraffatte arrivano principalmente da Cina e Hong Kong, ma anche i passeggeri.

«È in atto nello scalo bergamasco un fenomeno che riguarda singoli corrieri, in particolare provenienti dal nord Africa – spiega Aricò – che arrivano con tanto di prodotti falsi pressati in valigia, soprattutto piccoli quantitativi di abbigliamento sportivo e occhiali».

Un lavoro, quello della dogana, che si completa con l’attività sul territorio: «per riuscire a ricostruire i passaggi della filiera distributiva – spiega il direttore - e risalire all’organizzazione. Sono molto rari i casi di merce destinata a imprese locali. Il 50% prende la via di Campania e Puglia, l’altro 50% rimane nel Nord Italia».

Insomma osservando il dato locale si ha un po’ il quadro completo nazionale. Diciamo subito che trattandosi di commercio illegale, e quindi ultra sommerso, è difficile dare numeri precisi. Ma di certo c’è che la contraffazione è un settore che non conosce crisi. Anzi. In Italia (rapporto 2013 del ministero dello Sviluppo economico) si tratta di un’industria non legale che vale oltre 7 miliardi di euro l’anno e il 70% dei sequestri totali riguarda i prodotti tessili e della moda.

«Abbiamo calcolato che vengono sequestrati circa 100 pezzi falsi al minuto di capi di abbigliamento, accessori e calzature. In particolare è aumentata del 100% la contraffazione via web più difficile da controllare», dice Serena Moretti, responsabile dell’Ufficio affari legali della Federazione Smi (Sistema moda Italia) a latere di un incontro che si è tenuto nei giorni scorsi con gli imprenditori del Gruppo tessili e moda di Confindustria Bergamo. «La sconfitta della contraffazione, secondo il Censis, garantirebbe circa 130 mila unità di lavoro aggiuntive».

Insomma ci sono danni per tutti: per le imprese che subiscono un vero e proprio furto del valore del loro marchio, con danno economico diretto, e della loro ricerca e per i cittadini. «Rischio per la salute dovuto alla presenza di sostanze pericolose vietate ma utilizzate nelle produzioni di prodotti illegali. Ma anche danni indiretti – ricorda Serena Moretti –perchè la contraffazione contribuisce all’evasione fiscale e contributiva».

Vietato dunque abbassare la guardia. «Con la crisi le imprese si sono concentrate su innovazione e nuovi mercati e hanno trascurato gli investimenti sulla loro tutela. E i contraffattori lo sanno bene. È un mercato che ha grandi margini ed è meno rischioso rispetto a droga e prostituzione perchè la legislazione è meno evoluta. E non si pensi solo ai Paesi asiatici: una grossa fetta del fenomeno è in Italia, gestita dalla criminalità organizzata – chiude Moretti -. Del resto il nostro è un Paese di forte consumo, ma anche di prodotti di alta qualità: è più facile venirli a copiare vicino a dove si producono».

© riproduzione riservata