Salvini, il surfista della piazza pop

Salvini, il surfista
della piazza pop

Matteo Salvini non aveva certo bisogno di venire a Seriate, come è successo qualche sera fa, per sapere cosa pensa il popolo leghista dell’accordo (ancora in alto mare) con Berlusconi. Infatti, per alzata di mano, i lumbard hanno risposto «no», e se lo dicono i seriatesi, dove il Carroccio governa da 20 anni esatti, vuol dire che questo è il sentimento prevalente della base. Come da tradizione.

Ma, c’è da scommettere, obbediranno anche stavolta e ingoieranno di nuovo il rospo perché il capo non si discute e alla fine sarà lui a decidere. Del resto c’è chimica, scorre l’affetto fra gli orfani della piazza pop, l’astuto bomber con la felpa e con un debole per Marine Le Pen e Putin. Piace come il Bossi di una volta e più del Maroni istituzionale. L’intesa, se sarà tale, segue la rottura del patto del Nazareno da parte di Berlusconi e, in prima battuta, dovrebbe riguardare le regionali di maggio: non si vota in Lombardia, ma in Veneto, Liguria, Toscana e in alcune aree del Sud. È il primo test di una Lega con ambizioni «nazionali», come testimonia lo sbarco nelle regioni meridionali del capo padano.

L’abbraccio corsaro con il leader di Forza Italia («Che s’è fumato Berlusconi?», ha chiosato il Foglio, che pure è un giornale amico) non è fra pari e rovescia lo schema dell’era bossiana: chi distribuisce le carte, chi esclude Alfano, chi dà il passo alla campagna elettorale è Salvini. L’uscita caotica dal ventennio berlusconiano in un crescendo di antirenzismo militarizzato, sia nel sistema dei partiti sia fra le tribù di Forza Italia, prevede una destra a trazione leghista in corsa verso l’opposizione integrale al governo e un Berlusconi subalterno: appoggiandosi prima a Renzi e poi a Salvini, l’ex Cavaliere ha compreso di non poter più reggersi da solo.

Viceversa il quarantenne che guida il Carroccio sa di avere il vento in poppa, cavalca l’onda emotiva dell’insicurezza confermata dai sondaggi e sta rifondando l’altra metà campo replicando l’offerta politica della destra populista europea, facilitato da una circostanza tutta italiana: la scomparsa di An ha lasciato un vuoto nazionalpopolare che Salvini riempie a briglia sciolta, senza prudenze lessicali e con discrete dosi di libertinaggio ideologico, in quanto la Lega non ha il peccato originale del neofascismo da espiare e può permettersi di rappresentare il fronte italiano del lepenismo senza per questo destare scandalo, anche perché il partito francese è stato sdoganato in virtù dei suoi successi elettorali. Quel che non è riuscito a Fini in versione di destra liberale europea, può riuscire a Salvini sul fianco della nuova destra radicale: questo è l’orizzonte post Lega dopo l’abbandono della casa del padre, cioè di Bossi, tutto genio e sregolatezza.

La stessa biografia di Salvini, cresciuto con i poster in camera da letto di Miriana Trevisan, Bossi e Baresi, calza sulla disinvoltura movimentista della nuova Lega: un uomo, il nostro, più metropolitano da case popolari che reduce celtico da contado pedemontano, più da talk show che da rituali collettivi da strapaese, più attualità e meno tradizione. Grinta selettiva e senza nostalgie.

Per una Lega che, nelle intenzioni, esce dal confortevole recinto padano per farsi destra nazionale in conflitto totale con il renzismo, c’è un mondo moderato e in grisaglia che avrà qualche seria difficoltà a lasciarsi sedurre dal nuovo corso leghista e da un progetto anti euro condannato a non andare da alcuna parte. Già il premier greco Tsipras, che peraltro non intende abbandonare la moneta unica ma ristrutturare il debito, non sa dove sbattere la testa.

La politica «contro» è l’ambiente naturale di Salvini, ma alzando il livello dello scontro alza pure la soglia del rischio e aumenta le aspettative. Deve, poi, trainare un Berlusconi che dal 2008 ha perso circa 7 milioni di voti e pur giocando in casa in Veneto, per restare al caso che fa scuola, deve vedersela con un Pd balzato alle europee dell’anno scorso al 37,52 per cento, 17 punti in più delle regionali 2010. Con un elettorato che non perdona e tornato ad essere mobile tra una frontiera e l’altra, niente è scontato: anche la Lega è sotto esame.


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