Black bloc marketing

La gente è strana. Se io avessi una contestazione da muovere al droghiere mi rivolgerei a lui e non all’Atalanta. E se non mi piacesse ciò che, su un certo argomento, viene scritto sul giornale invierei una lettera, una mail, un post con la mia protesta. Ma all’indirizzo della redazione e non a quello - per dire - del ministero della Cultura.

Ecco perché, se non ci fosse la conta dei feriti, suonerebbe comunque sgangherata la protesta di sabato al Brennero, degenerata in guerriglia per la necessità degli estremisti anarchici di dare un segno di esistenza in vita. Se il muro lo voleva costruire l’Austria, perché gli incappucciati hanno assalito la polizia italiana? Risposta facile, perché gli austriaci erano stati molto chiari: chi oltrepassa la stazione di rifornimento poco oltre il confine subirà una reazione durissima con arresto incorporato. Meglio ripiegare sulle forze dell’ordine italiane, più tolleranti anche a costo di subire qualche ferita, da ascrivere a doveroso sacrificio sociale. Accade così da 15 anni. Devastazioni Expo a parte, nel 2000 ricordiamo ancora un assurdo assalto in favore di telecamera alla stazione ferroviaria di Ventimiglia (allora si chiamavano invisibili e i cappucci erano bianchi) mentre l’obiettivo vero era il Consiglio d’Europa a Nizza. Ma c’era un problemino da nulla: a Mentone i francesi avevano schierato le autoblindo. La chiamano coazione a ripetere. Anche questa volta una protesta civile su un tema chiave come quello dei muri in Europa viene annichilita, perfino imbavagliata, da un’orda furbescamente violenta, che vive di pubbliche sovvenzioni, capace di soppesare costi in cerotti e benefici di marketing proprio come quel mondo ipocrita che vorrebbe combattere. Ormai i black bloc sono un marchio di passamontagna.

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