La Rai non è
in Italia

Saxa Rubra non è in Italia. Lì arriva un miliardo e 700 milioni di canone degli italiani (il 56% degli incassi totali); lì si concretizzano sprechi diventati nei decenni il paradigma dei mali del paese (lottizzazione, moltiplicazione delle poltrone); lì nascono soprannomi che non hanno bisogno di spiegazioni, come Sciupone l’Africano, per indicare il giornalismo alle vongole.

Ma non essendo Saxa Rubra in Italia, nessuno alla Rai si è accorto che il Paese sta facendo qualche sacrificio. E mentre ogni famiglia si priva di una parte del reddito per consentire alla collettività di ripartire, la Rai dice no alla sua revisione di spesa.

La vicenda è grottesca: l’altroieri il consiglio d’amministrazione ha votato contro l’azionista (il ministero dell’Economia) che aveva chiesto all’azienda un taglio di 150 milioni di euro sugli incassi del canone. Il Cda ha bocciato formalmente l’iniziativa e ha fatto ricorso al Tar, anche se nella sostanza l’esecutivo ha tutti i mezzi per incamerare quei soldi senza farli passare dalle casse Rai. Senza la pesante sovvenzione annua degli italiani la Rai sarebbe fallita da tempo.

E proprio per blindare il canone, mentre il Cda si ribellava, i tecnici preparavano la sorpresa di Natale: la riscossione dell’abbonamento su un’utenza elettrica per abbattere l’evasione. La decisione di dire no al sacrificio è stata sollecitata dai 13.000 lavoratori e dai sindacati interni. Il partito Rai è tornato a ruggire. Il consigliere Antonio Verro ha spiegato così il niet: «Abbiamo già risparmiato su tutto». Peccato che i cinque inviati mandati al seguito del premier Renzi in Australia dimostrino il contrario.

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