Tre a zero per Expo

Sarà un flop, una figuraccia mondiale, arresteranno tutti, non facciamolo neppure. Era il refrain più gettonato nel juke box di certa politica in aprile e maggio, era il tormentone del popolo «anti». Il giorno dell’inaugurazione ha ricevuto anche il battesimo dei black bloc, che gli hanno dedicato la devastazione di parte del centro di Milano. Segnali inquietanti. Poi è cominciato e da quel giorno tutti sono andati a Expo, trovandolo interessante, originale, persino divertente.

Facile da raggiungere, zero problemi logistici, sicurezza finora garantita. Anche se è meglio toccare ferro per i 40 giorni da qui alla fine, c’è la sensazione che i tagliagole dell’Isis siano più attratti dai monumenti millenari come Palmira che da quelli smontabili di Expo.

L’esposizione funziona. Non c’è giorno senza code agli ingressi e ai padiglioni, il 13 settembre è stato battuto il record con 244.900 presenze e a metà mese i visitatori erano 14 milioni. La proiezione sui sei mesi dovrebbe consentire agli organizzatori di arrivare a 19 milioni e rotti. Poiché ne erano stati preventivati ottimisticamente 20, qualcuno per tenere fede alle sue cupe previsioni di quei dì potrebbe pure dire che è stato un fallimento. Come se una rassegna di questo tipo avesse come unico parametro le presenze. I visitatori internazionali affascinati dal made in Italy, i contratti stipulati (si parla di affari da centinaia di milioni), la capacità di un Paese di gestire una manifestazione a respiro mondiale, il ritorno d’immagine delle numerose aziende coinvolte (molte bergamasche) costituiscono un bene di inestimabile valore. L’Expo sta vincendo tre a zero sugli scettici, ai quali ci sentiamo di dare un consiglio: impegnatevi con le gufate sennò è una disfatta.

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