Uccisi per un gol

Uccisi per un gol

Uccisi per un gol. Tredici ragazzini a Mosul sarebbero stati condannati a morte dai militanti dell’Isis per avere compiuto un gesto blasfemo: hanno guardato una partita di calcio in Tv.

Non era neppure una sfida qualsiasi, ma il derby Iraq-Giordania della coppa d’Asia che si svolge in Australia. E al gol di Yaser Kasim che ha dato la vittoria agli irakeni, i giovani hanno esultato, hanno festeggiato, probabilmente sono usciti a mimare quel gesto tecnico nel cortile di casa. Sarebbe stata la loro fine. Secondo gli uomini del Califfato avrebbero violato la sharia nel guardare la televisione, quindi condanna a morte.

Usiamo il condizionale per due motivi. Primo: la notizia non arriva da una fonte ufficiale, ma dagli attivisti del sito «Raqqa viene macellata nel silenzio» che denunciano da tempo le atrocità dei terroristi incappucciati. Secondo: ci sembra al di là di ogni immaginazione, anche più tremenda del video che ritraeva un bambino (fin troppo hollywoodiano nei tratti e nella pettinatura) nell’atto di giustiziare due ostaggi kazaki.

Eppure da qualche settimana abbiamo imparato che nessun abisso di violenza viene tralasciato dai seguaci del califfo Al Baghdadi, quindi la visione di 13 ragazzi radunati in piazza e massacrati a raffiche di mitragliatrice davanti a parenti, amici e concittadini ci insegue come un incubo. Un gol li ha smascherati, l’esultanza per una vittoria della nazionale. Non c’è trattato di politica e di sociologia che possa eguagliare un’immagine simile. E non c’è coscienza che possa ragionevolmente continuare a dormire.


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