La vera babele
delle elezioni subito
Non era ancora nato il governo Gentiloni che già risuonava nel mondo politico la parola d’ordine: elezioni subito. All’apparenza i partiti erano - e sono - tutti d’accordo a sciogliere la Camere anticipatamente; ma, nel frattempo, l’appuntamento delle urne continua a slittare. I conti, insomma, non tornano. Vale la pena forse di sceverare meglio la questione. Come sempre, è nei dettagli che si nasconde il diavolo. E nel nostro caso, i dettagli rischiano addirittura di annullare l’impegno alle urne. Se si fa attenzione ai pronunciamenti dei partiti si noterà che essi hanno in genere un significato ambiguo.
Lettura 1 min.Ci si augura il voto subito, ma precisando che questo si svolgerà appena possibile. Si apre, insomma, il lungo elenco delle condizioni cui si sottopone l’auspicio: un modo come un altro per non confessare le riserve che si nutrono al proposito.
Il primo requisito richiesto, enunciato autorevolmente anche dal Capo dello Stato Sergio Mattarella, è che la legge elettorale sia unificata per Camera e Senato onde evitare il pasticcio sommo di avere due assemblee difformi e in tal modo far sprofondare il Paese nell’ingovernabilità. Facile a dirsi, ma difficile a farsi. Nemmeno all’interno del partito di maggioranza, il Pd, sono tutti d’accordo. La maggioranza propone il ripristino del Mattarellum (un maggioritario, anche se temperato), la minoranza il proporzionale. Per il resto è una vera Babele: linguaggi diversi, per di più con molti che hanno lingue biforcute. Sono mille, infatti, le sfumature degli orientamenti in materia e altrettanti i retropensieri rigorosamente sottaciuti.
I Cinquestestelle non demordono dalla richiesta del voto subito, ma temono come il fuoco un proporzionale che li confinerebbe ad un’opposizione perpetua, a meno di rinunciare al loro mantra: mai con gli «impresentabili». Siamo poi sicuri che i grillini si sentano pronti ad affrontare l’azzardo delle urne in tempi ravvicinati, dopo la non brillantissima figura che stanno rimediando con la giunta romana e la capriola (con doppio salto mortale e rovinosa caduta finale) effettuata a Strasburgo?
Lo stesso Renzi, come può pensare di sfidare le urne quando non è ancora sicuro del leale sostegno del suo partito, peraltro in assenza di una legge elettorale certa? Che le elezioni si svolgano con il maggioritario o col proporzionale, non è affatto la stessa cosa. Nel primo caso il segretario «dem» può, pur ammaccato, continuare a coltivare il suo progetto originario di fare del Pd l’asse pigliatutto. Nel secondo si vedrebbe viceversa costretto a tessere una rete di alleanze, con inevitabile snaturamento della sua strategia politica complessiva e forse con l’affossamento della sua stessa (residua) credibilità di leader tutto d’un pezzo che non va a patti con nessuno.
A spingere verso la fine naturale della legislatura nel 2018, sarà un’insinuazione perfida ma fondata, è l’interesse dei parlamentari a maturare nel prossimo autunno il loro sacrosanto (?) vitalizio. Arrivati a novembre, visto che a Natale non si vota, tanto varrebbe convocare le urne al termine previsto. Da ultimo, a trattenere i partiti dall’affrontare subito il giudizio degli elettori, dovrebbe pesare (almeno si spera) una pur vaga consapevolezza del generale vuoto d’idee che regna nel mondo politico sulla vera questione nazionale: il disagio economico e sociale del Paese.
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