Per uno sviluppo
che sia più giusto

La Settimana sociale dei cattolici chiusa ieri a Taranto ha posto sul tavolo allargato della politica italiana la questione della transizione. Al tavolo, è bene dirlo subito, sono seduti tutti, non solo i politici intesi come ministri e parlamentari e amministrazioni locali, ma anche i gruppi sociali, le imprese economiche, le istituzioni scientifiche e culturali, la Chiesa stessa. Porre su quel tavolo la questione della transizione è un gesto rischioso dal punto di vista metodologico, perché vuol dire invitare a cambiare, cioè a rinunciare a tutti gli appigli, le indicazioni, le agende, gli schemi consolidati che fin qui hanno governato l’interpretazione dei fatti e la loro proiezione.

A Taranto i cattolici hanno fatto esattamente questo ponendo il problema della «casa comune» e chiedendo a tutti di sedersi attorno al tavolo per provare a prefigurare un’epoca di nuova governance in grado di produrre cambiamenti strategici e non solo di rimpiazzare ciò che non va o non è abbastanza green. Poi la Settimana sociale ha detto un’altra cosa e cioè che è finito definitivamente il ciclo di quell’individualismo positivo e creativo, dove uno, sia esso persona o impresa, gruppo o partito, produceva conoscenza e materiali con la presunzione che solo in questo modo si potesse costruire il bene e dare forma all’interesse collettivo.

Oggi la strategia deve essere diversa, altrimenti si indeboliscono le reti di connessione delle nuove relazioni globali, dove non più l’individuo, ma la comunità è il soggetto chiave della progettazione di uno sviluppo più intelligente e più giusto. E quella che Papa Francesco, nel messaggio inviato a Taranto, ha chiamato «obbligo di svolta».

La Chiesa italiana ha accolto la lezione di Bergoglio. Finora nessuno come la Chiesa ha proposto riflessioni così puntuali e così efficaci, almeno nelle analisi, sulla transizione e una riflessione sul «pianeta che speriamo» con concretezza, almeno nelle indicazioni. La proposta di avviare in tutte le parrocchie d’Italia, che sono 25 mila, produzioni di energia da fonti rinnovabili con l’obiettivo mirabile di produrre i due terzi dell’energia da fonti rinnovabili di cui l’Italia avrà bisogno se vuole raggiungere l’obiettivo di emissioni zero nel 2050, è una proposta che impegna intelligenze e talenti delle comunità. Così come quella di rendere «carbon free» le parrocchie e le diocesi e l’altra di chiedere alle amministrazioni locali di mettere sulle mense scolastiche solo prodotti che vengono da filiere «caporalato free». Insomma la Chiesa comincia da se stessa, altrimenti non avrebbe la faccia per criticare la vuota retorica che circonda gli obiettivi delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. La critica migliore infatti è dimostrare che si può fare diversamente con filiere alternative, con reti di comunità in grado di mettere in discussione il mantra del si è sempre fatto così.

Transizione significa anche più giustizia, più valorizzazione delle donne e cambiamento radicale dei tempi di lavoro, stili di vita da rivoluzionare, alimentazione da convertire, finanza canaglia della quale sbarazzarsi, ma soprattutto significa imparare a conoscere le asimmetrie, guardarle negli occhi e non accettare più che lo sviluppo avvenga senza giustizia e la crescita senza diritti. A Taranto le hanno chiamate «buone pratiche». Il professor Leonardo Becchetti ha spiegato che sono quelle capaci «di generare reale impatto». Perché è dalla dimensione locale che inizia il controllo delle risorse e il loro consumo responsabile: siano esse (le risorse) acqua e cibo o democrazia e partecipazione.

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