Povertà educativa
Quell’Italia ai margini

In Italia vi sono 36 milioni di persone in età da lavoro ma solo 22 milioni e 300 mila sono occupati contribuenti. I restanti 13 milioni e 700 mila appartengono a quella fascia che Eurostat chiama «esclusione sociale». È il dato peggiore in Europa e spiega come il tema principale della crisi italiana abbia un solo nome: lavoro. La povertà è presente in tutte le società evolute ma nel caso italiano appare endemica, fuori controllo. Per anni si è considerato il fenomeno con rassegnazione, come una sorta di tributo da pagare allo sviluppo. Ora anche la parte benestante del Paese è chiamata ad affrontare i problemi della riduzione dei salari, della precarietà, della perdita di lavoro e della riqualificazione e non riesce più a sostenere i costi della spesa sociale. I costi per l’assistenza a carico della fiscalità generale nel 2008 erano di 73 miliardi, nel 2019 sono cresciuti del 56% sino a raggiungere 114,7 miliardi di euro. Sono dati riportati dal Centro studi e ricerche itinerari previdenziali di Milano.

Vi è una parte rilevante del Paese che è ai margini della vita pubblica, che non riesce a dare il suo contributo allo sviluppo e quando lo fa non risulta perché in nero.

Resta il fatto che gli inattivi, ovvero quelli che hanno rinunciato a cercare un lavoro, sono in aumento e così dicasi dei Neet, i giovani che non studiano, non lavorano, non fanno formazione. Affrontare il problema è vitale perché il sistema non riesce più a tenere un così forte carico di spesa se non si investe nello sviluppo. E questo spiega perché l’Unione europea sia arrivata a varare il piano di 1.824,3 miliardi di euro del Next Generation Eu e abbia deciso di dare il maggior contributo allo Stato italiano con 191,5 miliardi ai quali si aggiungono 30,6 miliardi di un Fondo complementare. E tuttavia i soldi non sono tutto. Occorre incidere su vasti strati popolari che hanno fatto dell’assistenza non una necessità momentanea ma una condizione di vita. Il reddito di cittadinanza è stata una risposta al disagio sociale ma rimane appunto assistenziale se non accompagnato da una politica di avviamento al lavoro. Va premiato chi è disponibile ad attivarsi e a cogliere le occasioni che il mercato offre. La fase di transizione che attraversiamo richiama ai sacrifici e alle rinunce che saremo chiamati tutti a sostenere. L’aumento del costo dell’energia elettrica è il primo monito in tal senso. Ma la nuova rivoluzione digitale e la lotta al cambiamento climatico produrranno tanto lavoro con una differenza rispetto al passato: sarà un lavoro con nuove competenze. Diventa quindi centrale la formazione ovvero la preparazione professionale alle nuove mansioni richieste. E non è solo una questione di giovani.

Sono molti in età tra i 40 e i 50 anni che hanno perso o sanno di perdere a breve il posto di lavoro. A questi va offerta una possibilità di riqualificarsi. Nel Nord Italia, in alcune parti della Lombardia per esempio, regna la piena occupazione e le aziende cercano personale con una preparazione adeguata ai nuovi processi produttivi introdotti da Industria 4.0. In Germania la campagna elettorale è segnata dalla necessità di offrire ai lavoratori di media età borse di studio e finanziamenti legati alla formazione. Si tratta di supportare un momento di passaggio senza sbalzi nella qualità della vita dei lavoratori. Ad una condizione: non ci si sottrae, non si rifiuta un posto di lavoro senza motivi fondati. Si tratta quindi di spostare il baricentro dell’offerta assistenziale dalla povertà alla povertà educativa. In Italia alcune fondazioni bancarie l’hanno capito e hanno avviato progetti denominati «Con i bambini» ma la vera sfida è politica e vuol dire estendere l’azione alla formazione degli adulti.

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