Rinaldi: «I miei quarant’anni per l’orto botanico: da giardino a museo»
Gabriele Rinaldi, storico direttore è andato in pensione. Dal 1991 ad oggi al «Lorenzo Rota» sono passati 1,2 milioni di visitatori.
Lettura 2 min.Sulla sua scrivania restano piccoli esemplari di piante giunte dal Brasile, la stampa di un grande platano della pianura ritratto prima del suo abbattimento, talee che hanno messo radici, affacciate alla finestra sul passaggio della torre di Adalberto, in piazza Cittadella. Dopo quasi quarant’ anni di servizio al Comune di Bergamo, Gabriele Rinaldi, direttore dell’Orto Botanico «Lorenzo Rota» è andato in pensione.
Dice di non prediligere una pianta o un fiore, «mi piacciono tutte, anche le piante che sembrano “antipatiche”, perché spesso offrono risposte ai problemi che creiamo al pianeta. Il mio auspicio è che ci sia una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini».
Seminare passione e conoscenza su ciò che rappresenta il regno delle piante è una missione per Rinaldi che, in questi (quasi) 40 anni, ha trasformato, insieme ai suoi collaboratori (che definisce il suo «orgoglio»), i l giardino botanico bergomense di Colle Aperto nell’Orto Botanico che oggi conosciamo, arroccato sul baluardo di Castagneta ma capace di comunicare oltre le Mura di Città Alta, con la sezione della Valle della Biodiversità di Astino inaugurata con Expo nel 2015, attraverso la «Rete degli orti botanici della Lombardia», che lo stesso Rinaldi ha contributo a fondare. Un sistema, quello dell’Orto botanico di Bergamo, che, dal 1991 ad oggi ha accolto quasi 1 milione e 200mila visitatori.
Direttore, come è iniziata la sua avventura all’Orto botanico?
«Mi sono laureato in Scienze naturali e dopo una collaborazione con l’Università ho avuto l’opportunità di fare un concorso per conservatore del museo civico di Scienze naturali, ho iniziato il 28 dicembre 1988. L’allora assessore Rino Tiani (con il sindaco Zaccarelli) mi chiese di fare un’analisi del giardino botanico bergomense che all’epoca si sviluppava su 1.350 metri quadri e che mancava della parte scientifica e dei servizi educativi. Dopo una prima importante fase di collaborazione con il museo di Scienze, l’Orto è divenuto museo riconosciuto da Regione Lombardia e in seguito ha seguito un suo percorso».
All’inizio come è stato?
«Nei primi anni i visitatori erano circa 2.000 all’anno, poi le cose sono cambiate, l’Orto si è ampliato, arrivando a 3mila metri quadri, occupando ogni centimetro quadro disponibile. Dal 1991 al 2025 solo l’Orto di Città Alta ha intercettato l’interesse di circa 632.000 visitatori e considerando le altre due sezioni, quasi 1,2 milioni. All’inizio erano soprattutto bergamaschi per l’uscita domenicale o per le feste, poi sono arrivati anche i turisti che oggi visitano l’Orto tutti i giorni dell’anno. Dal 2005 abbiamo a disposizione anche la sala Viscontea, dove allestiamo mostre, in questi anni ne abbiamo organizzate oltre cinquanta e dal 2015 c’è la Valle della Biodiversità che ci ha permesso di incastonare i valori dell’Orto Botanico in un contesto paesaggistico di qualità, pensato per il XXI secolo. Passaggi che non sono certo stati uno schiocco di dita».
C’è stata anche qualche battaglia?
«La prima, quella lenta e costante, non solo per la nomenclatura, ma anche concettuale e culturale, per trasformare il giardino botanico bergomense in Orto Botanico».
Qualche opera incompiuta?
«Fare di tutta la Valle di Astino un Orto Botanico, un tutt’uno tra agricoltura e natura, con una rilevanza europea. Ma ci possono lavorare i miei colleghi. E poi l’ampliamento dell’Orto di Colle Aperto nella valletta (sotto la “terrazza”, dove c’è la seconda polveriera). Era previsto nel vecchio piano particolareggiato, il negoziato era a buon punto ma non andò in porto, c’era la Giunta Galizzi».
Le soddisfazioni più grandi?
«I colleghi, tutte persone in gamba, e vedere un Orto radicato in città, gioiello un tempo un po’ relegato che oggi è motore culturale. Poi le tante mostre che hanno permesso di scandagliare tanti temi botanici attirando persone diverse, con un’attenzione sul tema della coesistenza tra uomo e natura, anche in città».
Com’è cambiata la percezione che le persone hanno dell’Orto?
«Un tempo venivano per assistere alle fioriture, a vedere rarità botaniche. Oggi l’Orto viene percepito come luogo di pace e di rigenerazione dove la bellezza non sta solo nella fioritura di una pianta, che è solo una delle sue manifestazioni».
E adesso, cosa farà?
«Il volontario. In questi anni, con l’Orto, mi sono speso per la salvaguardia della Valle Sanguigno nelle Orobie, per l’isolotto di San Pietro, per la difesa dei boschi di Conzacolo a Spirano. Voglio continuare in questo impegno civico, da volontario. Insieme ai 70 volontari civici dell’Orto ci sarò anche io, perché l’Orto merita l’investimento di tempo».
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