I Ministri: per noi cantare di lavoro è parlare della vita
LA FESTA. Venerdì 5 giugno la band milanese suonerà al NXT, alla festa della Cgil Dragogna: «Si cerca consolazione in rete, forse è ancora il caso di riunirsi».
Lettura 3 min.I Ministri tornano a Bergamo per cantare le fratture del lavoro e della vita. Venerdì la band rock milanese sarà protagonista dell’edizione 2026 di ManiFesta, la festa della Cgil provinciale. L’appuntamento è fissato sul palco di NXT, in Piazzale Alpini, alle 21, per una serata a ingresso gratuito con prenotazione su TicketOne.
Un palcoscenico ideale per una band che, da sempre, usa le chitarre come sismografi di una realtà sociale in continua frammentazione, intercettando i temi caldi dei diritti, della precarietà e della mobilitazione. Eppure, a guardare la traiettoria di pezzi storici come «Diritto al tetto» o la recente «Piangere al lavoro» (brano dell’ultimo album «Aurora Popolare», del 2025), si scopre che per la band la narrazione sociale non è un manifesto politico calcolato, ma pura urgenza vitale.
L’appuntamento è fissato sul palco di NXT, in Piazzale Alpini, alle 21, per una serata a ingresso gratuito con prenotazione su TicketOne
«Sono stupito che questi non siano i temi di tutti - riflette Federico Dragogna, chitarrista del trio - Sono cose che fanno parte della quotidianità delle nostre vite, come l’innamoramento. Dato che l’80% della canzone italiana parla dell’innamorarsi – che è una sensazione bellissima ma rara – trovo buffo di contro che si parli così poco del lavoro, che occupa molto più spazio dell’amore nelle nostre giornate».
«Noi abbiamo la fortuna di fare un mestiere dove si guadagna magari poco, ma si ride; mentre conosco tante persone, anche nella Milano scintillante, la cui giornata è fatta solo di frustrazione e pianto»
C’è un’amarezza sottile nel modo in cui Dragogna fotografa il presente che vede il lavoro da terreno di condivisione a spazio d’isolamento competitivo: «Si è perso il senso di parlarne in termini di collettivismo del lavoro; è diventata una guerra di tutti contro tutti e si approfitta, in alto, del fatto che non si faccia fortino attorno a questi argomenti. “Piangere al lavoro” però, come le altre nostre canzoni sul tema, non è una presa di posizione politica. Per noi parlare di lavoro significa parlare della vita. Noi abbiamo la fortuna di fare un mestiere dove si guadagna magari poco, ma si ride; mentre conosco tante persone, anche nella Milano scintillante, la cui giornata è fatta solo di frustrazione e pianto». Il viaggio nella loro discografia riporta a «Temi Bui», l’album del 2009 che conteneva brani profetici come «Il futuro è una trappola».
Canzoni che oggi suonano più attuali di allora, quasi che il futuro avesse confermato i loro timori peggiori. «C’è stato un processo di ulteriore frammentazione della realtà sociale», analizza Dragogna, rintracciando le cause anche negli oggetti che governano i gesti quotidiani. «Quella cosa che una volta era solo un telefono e che ora ci teniamo in tasca, consultandola come un oracolo ogni dieci minuti, ci ha allontanato gli uni dagli altri. Abbiamo costruito una tecnologia che ci ha diviso ulteriormente. Forse non era nei piani di nessuno, ma è andata così. Intere generazioni cercano consolazione in rete, ma forse è ancora il caso di riunirsi».
E il concerto, nell’ecosistema dei Ministri, diventa uno degli ultimi veri spazi di resistenza e di contatto fisico, un luogo in cui riunirsi, anche per sentirsi meno soli. In questo senso, la piazza bergamasca rappresenta una certezza assoluta: «Bergamo è innegabilmente una delle piazze che ci ama di più. Abbiamo suonato qualche mese fa al Druso ed è stata una serata bellissima. Poi a Bergamo ci sono tanti colleghi musicisti, è una città vicina a noi a livello di chilometri ma anche di passioni. Ci aspettiamo un grande abbraccio e una grande voglia di musica».
Dopo l’uscita dell’ultimo album, la band continua a rivendicare una coerenza stilistica e umana, rifiutando le scorciatoie della comunicazione contemporanea. «La coerenza è prima di tutto nel modo di fare musica e di portare avanti la catena di produzione, facendo scelte etiche con noi stessi. Scelte di comunicazione, come il non avere un social media manager e fare tutto da soli: quello ti permette di rimanere coerente. Le idee possono cambiare, e meno male. Poi ci sono i cambiamenti legati a motivi anagrafici, ora abbiamo più di 40 anni, prima ne avevamo 25; cambia il tono, forse l’urgenza di certe cose, ma la voglia e la cura rimangono le stesse». Nessuna fretta di invadere il mercato con nuove canzoni a ciclo continuo: «Oggi escono trentamila canzoni a settimana, e per noi ha senso aggiungerne altre solo se hanno un significato. Ora ci aspetta un’estate di concerti fino a settembre, e affronteremo ogni singolo live come se fosse l’ultimo. Per “Abituarsi alla fine”, che è l’unica sicurezza: prima o poi (più in là possibile) arriverà per tutti, e noi saremo pronti».
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