L’artista Mastrovito a Barcellona: «Ho “conversato” con Gaudí per trovare l’Agnus Dei adatto alla Sagrada Familia»
L’EVENTO. L’artista Andrea Mastrovito a giugno coronerà con la sua opera il «tassello» lasciato incompiuto dall’architetto catalano. «Mi avvicino alla rappresentazione della spiritualità dal basso, dall’esperienza umana».
Completare la Sagrada Familia, cuore sacro di Barcellona , a cento anni dalla morte di Antoni Gaudí, non è un lavoro: è mettere mano in un vuoto lasciato aperto dal 1926 e individuare la forma ideale. L’incarico farebbe tremare i polsi a chiunque: realizzare l’Agnus Dei che andrà a sigillare la torre più alta, quella di Gesù, il punto più vicino alle stelle della basilica. Un simbolo di luce, un punto di riferimento per l’intera città. Andrea Mastrovito, artista bergamasco apprezzato a livello internazionale, si muove in questo scenario con la naturalezza di chi ha trovato una coincidenza esatta tra destino e Storia.
«Gaudí lasciò indicazioni chiare su quasi tutto, tranne che per l’Agnus Dei - racconta Mastrovito - Le sue indicazioni si riducono a poche righe contenute nel suo “Album del Tempio Espiatorio della Sacra Famiglia”. Accennava a come lo immaginasse come un simbolo di luce. Inizialmente mi sono trovato in una sorta di blocco: non si trattava di progettare una singola opera, ma di confrontarsi con il completamento della Sagrada Familia nel suo insieme. Ho dovuto “conversare” con il genio catalano, studiando la sua geometria organica, il suo rapporto con la natura come “grande libro da sfogliare” e il suo ri-utilizzo dei materiali».
C’è un modo in cui certe cose ritornano. Non con clamore, ma con la forza delle verità che aspettano. L’ispirazione per l’opera non è arrivata tra le navate, ma nel silenzio di una notte in hotel, leggendo un libro di astrofisica («Lo spettacolo del cielo» di Marco Bersanelli, che ha collaborato con gli architetti della Sagrada Familia per definire la forma della torre di Gesù). Un cortocircuito tra cielo e terra, tra scienza e spirito. Mastrovito ha capito che l’Agnello non doveva essere una figura statica, ma un’entità che emerge dalla geometria stessa dell’universo. «Ho iniziato a ragionare su una struttura iperbolica, una figura complessa ma profondamente presente in natura e già insita nell’architettura di Gaudí: una sorta di cilindro deformato, avvolto su sé stesso, nel quale l’Agnello potesse ascendere al cielo». L’opera sorgerà a 172 metri d’altezza, dentro la croce che sormonta la torre di Gesù, sopra l’altare della Sagrada Familia. Non sarà una scultura isolata, ma un organismo di luce.
«La mia opera si configura come una scultura in vetro soffiato modellato a mano e ricoperta da migliaia di schegge di vetro, inserita in una trama di raggi luminosi intrecciati, a evocare la dimensione salvifica e ascensionale. La figura dell’agnello avrà dimensioni poco superiori a quelle reali e sarà rappresentata con il capo leggermente rivolto all’indietro e verso il basso, a evocare quello che interpreto come uno sguardo nostalgico di Cristo verso l’umanità». La superficie del corpo sarà rivestita da schegge vitree di bicchieri e bottiglie rotte, «capaci di rifrangere la luce in innumerevoli direzioni, creando un effetto cangiante e diffuso: ciascuna di esse rimanda simbolicamente a una sofferenza umana accolta e assunta da Cristo e, al contempo, al “fondo cosmico di microonde” che è scientificamente alla base della nascita dell’universo». Attorno alla scultura si svilupperanno 24 raggi lunghi circa tre metri, rivestiti in foglia d’oro, che incrociandosi daranno forma a un iperboloide.
«All’interno di ogni raggio inserirò delle luci led che illumineranno incisioni con versetti tratti dal Nuovo Testamento, selezionati insieme ai teologi che collaborano con gli architetti della Sagrada Familia. L’opera includerà inoltre punti luminosi sospesi, pensati come rappresentazione dell’energia primordiale legata all’origine dell’universo»
«All’interno di ogni raggio inserirò delle luci led che illumineranno incisioni con versetti tratti dal Nuovo Testamento, selezionati insieme ai teologi che collaborano con gli architetti della Sagrada Familia. L’opera includerà inoltre punti luminosi sospesi, pensati come rappresentazione dell’energia primordiale legata all’origine dell’universo. Infine, grazie ad alcuni elementi trattati con fosforo, l’Agnus Dei sembrerà emettere una luce propria, risultando visibile anche dall’esterno della basilica». Il progetto, che ha attraversato una lunga fase di gestazione e produzione, iniziata nel 2024, si concluderà con l’inaugurazione, il 10 giugno in occasione del centenario della morte di Gaudí, alla presenza di Papa Leone XIV.
L’inaugurazione alla presenza del Papa
«Dopo aver lavorato con il disegno, il collage, l’animazione, l’intaglio, il frottage e le tarsie, affrontare la dimensione della scultura rappresenta un passaggio diverso, che richiede più tempo e una maggiore calma interiore — a maggior ragione in un’opera come questa. La parte più complessa è stata senz’altro realizzare l’Agnello in vetro soffiato, opera dello Studio Reduzzi (nota impresa di Castel Rozzone specializzata in vetrate e mosaici ndr): l’Agnello è stato sagomato pezzo per pezzo a mano, a caldo, nelle fornaci veneziane, uno spettacolo incredibile».
L’artista e il confronto con il sacro
Ma non è la prima volta che l’artista si confronta con l’arte sacra. «Il sacro ha sempre occupato un ruolo centrale nel mio lavoro e nella mia vita. Cerco di avvicinarmi alla rappresentazione della spiritualità partendo dal basso, dall’esperienza umana e dalla sofferenza, nella quale riconosco il nucleo più profondo del mistero dell’uomo e della fede. Umanizzare la fede mi ha dato un accesso alla possibilità di operare in ambito sacro. Le grandi vetrate absidali della chiesa di San Giovanni XXIII a Bergamo, gli intarsi parietali del Foyer Catholique di Bruxelles e gli interventi murali della Basilica di Tortona nascono da una lunga riflessione sulla condizione umana. Con l’Agnus Dei della Sagrada Familia, invece, ho dovuto intraprendere un percorso diverso: il confronto è stato con la dimensione mistica. Per la prima volta, in un lavoro di questo tipo, l’elemento umano scompare, ne resta solo una traccia nello sguardo dell’Agnello, rivolto verso il basso, verso la terra, verso l’Uomo».
Mastrovito con modestia ammette: «Non so se riuscirei a definire il mio lavoro come quello giusto, tanto meno di fronte a Gaudí. Forse mi piacerebbe raccontargli quanto la sua architettura mi abbia profondamente colpito e influenzato, soprattutto nell’idea che, come l’universo, sia capace di trasformare il caos in ordine, organizzando la materia in modo da rendere possibile l’apparizione della luce e la sua percezione. È da queste riflessioni che mi sono lasciato guidare fino a immaginare una forma in grado di evocare il mistero stesso dell’inconoscibile». La sua opera è un dialogo tra epoche che si sfiorano e si specchiano. Una continuità che affonda le radici lontano, persino nella sua Bergamo, in quel pragmatismo che diventa visione. C’è un momento, infatti, nel racconto di questa avventura secolare, in cui la grandezza dell’arte si scontra con la semplicità della vita.
Semplicità che sa divampare in gioia, come quando ha saputo di essere stato scelto per realizzare l’opera. «Ho chiamato prima mia moglie, poi mia madre, i miei amici e i miei collaboratori. Ho chiamato anche Gian Piero Gasperini, allora allenatore dell’Atalanta. Gli dissi: “Mister, abbiamo fatto doppietta”, pensando alla vittoria dell’Europa League della Dea a Dublino. Era contentissimo». Oggi, dal «tetto» della Sagrada Familia Mastrovito estende lo sguardo verso nuovi obiettivi. «Negli ultimi anni (2007-2023) ho esposto in numerosi musei e istituzioni, dal MAXXI di Roma al Queens Museum di New York. Ma sento che il mio lavoro è sempre stato destinato a qualcosa di diverso: l’intervento nello spazio pubblico, installazioni permanenti in luoghi vissuti dalla collettività. Sento l’esigenza di portare il lavoro per le strade, non solo nei musei».
Mastrovito pensa quindi all’arte come un’attivazione di spazi e sinergie diverse, fuori dalle teche per interagire con la realtà. L’esperienza della Sagrada Familia è lampante: la sua opera d’arte sarà parte di un paesaggio quotidiano e spirituale a 172 metri d’altezza. Lassù dove il suo Agnello di Dio inizierà il suo dialogo eterno con il sole. La preghiera di pietra della Sagrada Familia ha trovato la sua ultima, splendente parola.
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