È morto in Bergamascail pentito di Piazza Fontana

Ha vissuto il suo ultimo anno e mezzo sotto copertura in provincia di Bergamo, in una casa di riposo al confine con la provincia di Milano. Fino a lunedì, quando è morto all’età di 66 anni. Si faceva chiamare Mario Rossi, ma in realtà era Carlo Digilio: il suo nome è legato alla strage di piazza Fontana a Milano, a quella bomba che il 12 dicembre del 1969 (nella foto l’interno della banca dopo l’esplosione) causò 17 morti e una ottantina di feriti. Colpito tempo fa da un ictus, è stato stroncato da un tumore.

E, quasi fosse un destino, la morte di Digilio è avvenuta proprio il 12 dicembre, lunedì scorso, nel trentaseiesimo anniversario di quella tragica strage che aprì in Italia la «strategia della tensione». I funerali sono già stati celebrati nell’Isola di San Michele, a Venezia, presenti solo i parenti più stretti.

Pentito, Carlo Digilio aveva aperto il terzo filone dell’inchiesta su Piazza Fontana: quella che aveva portato al coinvolgimento della cellula veneziana e mestrina di Ordine Nuovo. Era stato un neofascista, esperto di esplosivi grazie all’esperienza fatta nell’esercito, sospettato di aver confezionato gli ordigni per numerosi attentati. Digilio è stato l’unico non assolto di tutte le inchieste per la strage di Milano, degli undici processi che non hanno individuato i responsabili.

Gli ex esponenti di Ordine Nuovo - Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi - da lui indicati come direttamente coinvolti nella strage, sono stati condannati in primo grado all’ergastolo, con Giancarlo Rognoni, ma in appello sono stati assolti, anche se con la formula del dubbio. Per Digilio il reato di strage fu invece considerato prescritto, sia in primo che in secondo grado: gli furono così concesse le attenuanti.

(16/12/2005)

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