Lunedì 19 Gennaio 2009

Fantoni

Nella grande famiglia dei Fantoni - scultori e intagliatori - emerge la personalità ricca e complessa del celebre Andrea. La scuola fantoniana sorta su una tradizione artigianale sostanzialmente limitata alla provincia orobica, ebbe con questo eccellente artista la possibilità di raggiungere la notorietà nazionale. Andrea Fantoni, secondo di dodici figli, nacque a Rovetta, in Val Seriana, da Grazioso e Maria Bramina, il 25 agosto 1659. In quel tempo la famiglia “de Fantonibus”, come ricordano alcuni documenti, esercitava l’arte dell’intaglio e della scultura da oltre due secoli.
Indubbiamente l’ambiente familiare ebbe su Andrea un’influenza decisiva non solo dal punto di vista artistico, ma pure dal punto di vista religioso.
Il padre intui ben presto il talento naturale del figlio e ritenne giusto mandarlo a prendere lezioni d’arte da un insigne maestro del tempo.
Andrea fu pertanto il primo della scuola fantoniana ad uscire dalla nativa Rovetta, per andare - giovanissimo - a studiare dal maestro tedesco Pietro Rames o Rumes, a Brescia.
Dal Rames, il Fantoni ereditò la tecnica e l’amore per la precisione ai particolari anatomici che risultarono poi caratteristiche peculiari della sua opera.
Certamente tali insegnamenti lo aiutarono ad allontanarsi dall’eccessivo manierismo ormai in voga e nello stesso tempo gli permisero di rinnovare il repertorio artistico della famiglia, troppo ancorato a studi tradizionali.
Probabilmente durante questi anni conobbe anche il bellunese Brustolon ma è dubbio che sia stato pure suo allievo.
Nel 1680 tornerà nella natìa Rovetta come caposcuola. Fra gli anni 1685 e 1690 visitò con il padre alcune città italiane e al rientro si mise a lavorare non più solo il legno, ma pure il marmo e l’avorio.
La sua vera attività scultorea iniziò praticamente nel 1690 utilizzando anche modelli fornitigli dal Vergano o dal Davide Marinoni suo amico veneziano.
I primi risultati furono sicuramente eccellenti visto che il conte Barzizza di Alzano propose al Fantoni di trasferire il suo laboratorio da Rovetta a Bergamo.
Le sue opere di scultura erano assai numerose e di elevata qualità , così che nel 1702 la Corte Fainese di Parma gli consegnò il diploma “Familiari domestici” per meriti artistici e nel 1710 venne ammesso “ad honorem” presso una Accademia milanese.
Fra le maggiori opere ricordiamo anzitutto le tre sacristie di Alzano L., che come sottolinea il Fornoni nella sua monografia della Basilica “è un piccolo e grazioso santuario d’arte”.
Il contratto per questa sacristia venne stipulato nel 1692 quando il Fantoni a dimostrazione della sua arte, aveva già realizzato la “Deposizione” e la “Sommersione dei soldati del Faraone”.
In tale opera si compendia tutta la personalità artistica dell’autore e dei fratelli, suoi collaboratori.
I grandi armadi con le superbe cimase, ricche di figure d’ogni grandeza e forma, i martiri e i loro carnefici scolpiti in maniera sorprendente, la testa dei cherubini, le lesene, le cariatidi contorte e affaticate rivelano non solo un’attenzione certosina nella esecuzione di livello superbo ed eccezionale, ma anche una personalità artistica sicuramente geniale.
E’ stato detto che “la sua arte fu una specie di preghiera trasformatasi in apparenza concreta. In essa vi è tutto l’uomo con la sua scultura, la sua fede, la sua onestà”.
La stessa forza espressiva delle sue opere lignee! si ritrova nel pulpito marmoreo della parrocchiale di Alzano che secondo lo studioso Pasino Locatelli è “degna di stare in S.Pietro a Roma”.
Remigio Negroni, studioso e già prevosto di Alzano, ha scritto ancora a tale proposito: “il pulpito è posto fra le colonne abbinate, dopo l’arco centrale della navata di destra e si eleva sopra un piccolo zoccolo a pianta ottagonale con lati di angolo più corti degli altri, leggermente arcuati all’interno
Questa forma prevale sino alla sommità del capocelo, con varianti movimentate, specialmente nel tinello, che gli danno una forma quasi sferica. Sopra lo zoccolo si appoggia il fusto a forma di pera capovolta, sul quale siedono le quattro cariatidi, che sostengono la base del tinello a figura di conchiglia, con movenze regolari e arrotondate in forte sporgenza sotto la sponda che porta incastonate su tre facce maggiori dell’ottagono le medaglie, mentre sulle quattro facce d’angolo sono posti in corrispondenti nicchie aperte i Dottori maggiori latini”.
Ed ancora il trionfc) dell’arte:”più di quaranta qualità di marmi finissimi, tra i quali malachiti lapislazzuli di ogni tinta, danno all’opera una meravigliosa varietà con perfetta intonazione d’assieme, così da sembrare, negli intarsi specialmente, un’ammirabile miniatura. Ma quello che l’attenzione richiama e suscita meraviglia e lo stupore dei visitatori sono particolarmente le quattro cariatidi, nei loro atteggiamenti diversi, nelle strane loro posizioni, nelle loro contratte muscolature, nelle turgide loro venature, nelle vivacissime espressioni delle loro fisionomie, che presentano anche sotto l’aspetto anatomico riproduzioni così vere delle forme umane da non saperle immaginare più perfette in carne
viva...”.
Alle opere citate e alle sculture sparse in molte altre chiese bergamasche si aggiungono ancora la Cattedra Vescovile del Duomo.
Eseguita nel 1706 è composta da due parti distinte: l’inginocchiatoio e il sedile con lo schienale.
L’inginocchiatoio ricorda quello di S.Martino de’ Calci e quelli famosi della seconda sacristia di Alzano specialmente per le cariatidi che sostengono il davanzale.
Il sedile ha due ovali di finissima fattura rappresentanti uno l’offerta dei pani nel tempio di Gerusalemme, l’altro un’unzione regale o sacerdotale.
Nel complesso si tratta di un’opera bene equilibrata e ben riuscita. Una nota a parte meritano i crocifissi e i sepolcri lignei.
Nei primi l’autore traspose un senso della morte che è legata ad un sentimento di alta rassegnazione, che rivela una fede sicura e tranquilla.
I teschi e gli scheletri non sono quindi elementi di terrore e di paura nei confronti della morte.
Non così per i sepolcri lignei dove il Fantoni si fa portavoce del senso popolare della morte vissuto come tragico, drammatico, irreparabile.
Le sue figure sono quindi espressione di paura, di terrore verso l’ignoto non di rassegnazione.
Durante la sua esistenza ebbe numerose amicizie dato il suo carattere vivace e gioviale. Morì settantacinquenne a Rovetta, il 25 luglio 1734.
Così lo ha definito Pasino Locatelli: “dotato di largo sentimento d’arte, di brio, di fantasia, facilità nel concepire, speditezza di mano nell’eseguire, d’indole laboriosa, desideroso di segnalarsi e di meritare la stima e la lode dei contemporanei e dei posteri, seppe raccogliere intorno al suo nome la maggior gloria artistica della propria famiglia”.
Il Fantini in una nota critica ha ricordato: “manierismo e barocchismo sono i termini più usuali per le opere di Andrea Fantoni; si può parlare anche di illustrazione, perché Andrea racconta sempre , ma la sua è una narrazione semplice, legata alla realtà popolare, improntata però a una forza plastica che, oltre ad un modello preciso, si affida ad un movimento clic dona ai suoi soggetti religiosi la freschezza della vita, perché colta nell’attimo che riesce a perpetuarsi”.

  

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