Maxi frode fiscale,  16 milioni  sequestrati tra Bergamo e Lecco

Maxi frode fiscale, 16 milioni
sequestrati tra Bergamo e Lecco

Sviluppi nell’indagine che a maggio aveva portato ai domiciliari l’ex direttore Inps D’Ambrosio e un imprenditore.

I dettagli dell’operazione saranno resi noti soltanto nel pomeriggio di venerdì 9 novembre a Lecco, nel corso di una conferenza stampa in questura. In realtà qualcosa della nuova indagine congiunta della squadra mobile di Lecco e della Guardia di finanza lecchese e ribattezzata «Pecunia facilis» (dal latino, «soldi facili») è già trapelato giovedì: in particolare l’operazione avrebbe fatto luce su una maxi frode fiscale, portando a sequestri, tra il Lecchese e la Bergamasca, per 16 milioni di euro.

Si tratterebbe di un’attività coordinata dalla procura di Bergamo, nella figura del sostituto procuratore Nicola Preteroti, frutto di uno sviluppo dell’operazione che, a fine maggio, aveva portato agli arresti domiciliari il nuovo direttore dell’Inps di Sondrio, Angelo D’Ambrosio, 51 anni, già a capo della stessa sede di Bergamo dell’istituto di previdenza sociale, e di un imprenditore della provincia di Bergamo, Antonio Mario Cattaneo, 60 anni, di Ciserano.

Quest’ultimo operava nel settore cooperativo della somministrazione di manodopera. Per entrambi, che erano stati arrestati per rivelazione di segreti d’ufficio e corruzione, era stato deciso anche il sequestro preventivo delle disponibilità liquide finalizzato alla confisca.

L’articolata indagine nel settore dei reati contro la pubblica amministrazione non è altro che un capitolo di una più vasta e articolata indagine cominciata nel 2016 che aveva portato, già verso la fine del 2017, all’individuazione di un complesso sistema di presunta frode ai danni dello Stato, perpetrato da un gruppo di imprenditori attivi nel settore cooperativo che aveva replicato sistematicamente il ricorso alle indebite compensazioni d’imposta su numerose realtà economiche distribuite appunto tra le province di Bergamo e Lecco. Nell’inchiesta culminata a maggio, gli inquirenti riferivano che Angelo D’Ambrosio si era fatto corrompere «senza sostanziale soluzione di continuità».


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