L’angoscia dei genitori per Yara
E la speranza trasformatasi in incubo

«A un certo punto mia figlia Keba mi ha domandato: non sarà successo qualcosa? Io le ho risposto: ma figurati! Poi ho messo a letto Nathan e Gioele (i figli più piccoli, ndr), cercando di apparire tranquilla».

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Yara non torna, ma per una madre c’è l’angoscia da mascherare davanti agli altri figli. Lo hanno fatto capire a processo Maura Panarese e il marito Fulvio Gambirasio cosa vuol dire essere genitori di una tredicenne che non rincasa: sballottati tra un’inquietudine che cresceva col passare dei minuti e la speranza di vederla riapparire, fra un calvario di telefonate, perlustrazioni in auto, presagi da scacciare e un cellulare muto.

L’incubo comincia a materializzarsi alle 18,50 di quel venerdì 26 novembre 2010. Yara è uscita di casa alle 17,30 per portare uno stereo alla palestra del centro sportivo di Brembate Sopra, promettendo che sarebbe rientrata per le 18,45. «Mio marito è tornato con Nathan alle 18,50 - ricostruisce Maura - e mi ha chiesto a che ora sarebbe tornata Yara. Io ho risposto: credo tra pochi minuti».

Ma il tempo passa e la figlia non si vede. «Alle 19/19,10 - ricorda la madre - ho provato a chiamarla su cellulare, ma dopo tre squilli è scattata la segreteria. Ho fatto altri tentativi, ma stavolta la segreteria scattava subito, senza neppure uno squillo». Yara è già tra le mani del suo assassino, che le ha disattivato il cellulare. Ma a casa Gambirasio non immaginano ancora un epilogo così tragico: pur se angosciati, i genitori continuano a sperare che si tratti di un colpo di testa della figlia. Quella notte in casa Gambirasio non si dormirà, e così le notti successive.

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