Sindaci gabellieri
e province nel caos
Stavolta per i Comuni non c’è stata la sforbiciata del governo. Il Documento di economia e finanza (Def) varato venerdì sera dal governo non penalizza gli enti territoriali, ma neppure corregge un rapporto squilibrato ai danni della periferia.
Lettura 2 min.Fassino, presidente dell’associazione dei sindaci, aveva dato l’allarme anzitempo ed è stato ascoltato: non solo i Comuni hanno già dato (un miliardo e 200 milioni di euro in trasferimenti statali tagliati con la Legge di stabilità), ma sono scesi alla soglia di sostenibilità dei servizi essenziali per il cittadino. Oltre, quanto a spremitura, non si può andare.
Poi qualcosa di buono, se sarà proprio così, potrebbe venire dalla local tax, la nuova imposta sugli immobili che dal 2016 dovrebbe unificare Imu e Tasi, dopo lo straordinario pasticcio di fine 2012 quando l’Imu cambiò pelle 3 volte in 3 mesi. Sarebbe la prima razionalizzazione dopo anni di incertezze.
In tempi in cui il governo non è particolarmente popolare fra i primi cittadini, e neppure questi godono di un rapporto privilegiato con l’opinione pubblica, già qui incontriamo un ostacolo: il pendolo normativo. Un meccanismo perverso: non si sa quanto bisogna far pagare e quanto rimane in cassa per finanziare i servizi. Nella «società dei proprietari», in cui la proprietà della casa forma la cittadinanza dei contribuenti e dovrebbe garantire una sicurezza di vita, in 3 anni abbiamo avuto 27 leggi.
Mettiamoci nei panni di chi deve decidere, ma anche di chi deve pagare, anche perché il diavolo si nasconde nei dettagli. Il governo Renzi, quanto a tagli, è sulla linea dei governi Berlusconi, Monti e Letta, ma almeno ha allentato il Patto di stabilità che, per la prima volta, consente di svincolare quote di bilancio. Ora il problema è come questa ritrovata flessibilità viene declinata, perché ridurre la spesa corrente non può essere un criterio di merito in assoluto: in questo modo un Comune con le carte in regola si ritrova ulteriormente penalizzato.
Le relazioni fra Roma e il territorio soffrono di una instabilità ancora lontana da un approdo e in cui si osservano un paio di tendenze. La prima, almeno a livello di percezione, è che vi sia uno sdoppiamento istituzionale: il governo si assicura un ruolo virtuoso, delegando il «lavoro sporco» ai sindaci. Sindaci-gabellieri, esattori per conto terzi. Renzi ha vita facile, perché cavalca la legittima onda di discredito alimentata dall’allegra finanza e dalla malapolitica di certe Regioni e di non pochi Comuni.
Ma pure i Comuni virtuosi della Bergamasca non sono esenti da responsabilità, afflitti come sono da frammentazione esasperata e conservatorismo ipercampanilistico che frenano la gestione associata dei servizi e le centrali uniche di beni e servizi. Meglio autoriformarsi in tempo che subire scorribande normative. L’altro aspetto è che Renzi, per quanto sia espressione della ditta dei sindaci e sia debitore verso questa lobby, sta «ricentrando» il governo delle autonomie: riporta a casa, cioè a Roma, ciò che era stato devoluto al territorio. Per gli enti locali si replica la formula adottata per le parti sociali e i corpi intermedi con lo stop alla concertazione: viene ridimensionato tutto quel che sta fra il cittadino e lo Stato.
Non è più tempo di federalismo fiscale. L’ultima questione è il buco nero delle nuove Province che, in mezzo al guado legislativo e vittime di una drastica cura dimagrante, rischiano l’alternativa fra caos e default. Non si sa chi debba amministrare il personale in eccesso e quali siano le funzioni che restano a carico della Provincia o che passano alla Regione: siamo al gioco del rimpallo. Dovrebbero esordire le «aree omogene», ma nessuno è in grado di spiegare cosa siano, con quale pasta siano confezionate: appena nate, e ancora in culla, già hanno bisogno di essere soccorse.
© RIPRODUZIONE RISERVATA