È il figlio di Harry il vero protagonista

È il figlio di Harry
il vero protagonista

Non ci si può cercare in «Harry Potter e la maledizione dell’erede» lo stesso incanto dei primi sette romanzi della serie: è una premessa obbligatoria. Non è casuale che in copertina ci sia scritto che è uno «scriptbook», un copione, e che gli autori indicati siano tre: accanto a J.K. Rowling ci sono infatti John Tiffany, direttore teatrale, e Jack Thorne, drammaturgo di successo. Quella che i fan del maghetto si ritrovano in mano è la trascrizione dello spettacolo, né più né meno.

Non si tratta però, per questo, di un prodotto deludente: è il seguito che tutti aspettavano, come testimonia il primo posto conquistato nelle classifiche di vendita di tutto il mondo.

Nell’intreccio, un po’ più semplice del solito perché così richiede la messa in scena, tornano molti temi cari alla Rowling: l’amicizia, la morte, il peso delle scelte, la responsabilità delle proprie azioni, la purezza dei sentimenti, la possibilità di imparare dai propri errori, con un inedito affondo nel delicato rapporto tra padre e figlio. Harry Potter qui ha 37 anni e lavora con Hermione ai vertici del Ministero della magia. Se prima – da ragazzino - era intuitivo, intraprendente e impetuoso, ora è un burocrate un po’ sciatto e disordinato. È sposato con Ginny (la sorella di Ron Weasley, il suo migliore amico, che intanto ha messo su un negozio di scherzi magici) e ha tre figli, di cui uno, Albus, particolarmente problematico. Tanto che si accorge della nuova minaccia della «magia oscura» solo all’ultimo momento.

È proprio il figlio ribelle, Albus, il vero protagonista, ma poi la vicenda tende (volutamente) ad avvolgersi su se stessa: grazie alla Giratempo - dispositivo magico con cui già i giovani Harry, Ron e Hermione avevano avuto a che fare - si susseguono continue incursioni nel passato, ai tempi del torneo Tremaghi a Hogwarts e ancora prima, alle origini, per approfondire la storia del piccolo Harry, il rapporto con i suoi genitori, l’origine delle sue scelte, con un’attitudine, a tratti, quasi psicanalitica.

Avere tra le mani un copione teatrale ha un certo fascino: seguendo le descrizioni della scenografia è facile immaginare un allestimento scintillante e ricco di effetti speciali, e si può lasciar correre la fantasia. Ai genitori offre un vantaggio in più: si presta alla lettura interpretata, voce e intonazione da inventare per ogni personaggio. Sono passati 18 anni dall’uscita de «La pietra filosofale», e la saga ha sulle spalle 450 milioni di copie vendute e 8 film: forse è un po’ troppo aspettarsi che ci sia ancora qualcosa di davvero nuovo da dire.

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