Domenica 23 Febbraio 2014

«E-cig»: il 22%

le aggiunge a tabacco

Una sigaretta elettronica
(Foto by ANSA/CLAUDIO PERI)

Il 10,6% dei consumatori abituali di sigarette elettroniche è riuscito a smettere di fumare tabacco e il 5% ne ha ridotto più o meno drasticamente l’utilizzo. Il 22%, però, pur mantenendo stesse abitudini rispetto alle «bionde», non hanno utilizzato questi dispositivi per smettere di fumare, ma hanno aggiunto le e-cig a quelle normali.

Sono i dati dell’ultima indagine Doxa 2013 relativa ai primi mesi del 2013 e presentata al convegno «Sigaretta elettronica: benefici e rischi per la salute e criteri di controllo», in corso presso l’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Secondo l’indagine, esposta da Roberta Pacifici, dell’Osservatorio Fumo Alcool e Droghe dell’Istituto Superiore di Sanità, non ci sono differenze di genere tra consumatori di sigarette elettroniche, ma ci sono differenze di età: quella media, infatti, è di 39 anni, ovvero più bassa rispetto a quella del fumatore di tabacco, pari a 45.

L’uso occasionale riguarda 1,5 milioni di persone, che nel 69% utilizza svapatori con nicotina. I consumatori abituali, invece, circa 500.000, nella quasi totalità le consumano con nicotina che «svapano» 9 volte al giorno.

«Se è vero che c’è una minor tossicità e una cospicua riduzione del danno, è anche vero che tale riduzione è molto inferiore a quello che possono fare altri prodotti simili commercializzati in farmacia, che hanno lo scopo di far smettere e far smettere in fretta», nota Pacifici. Per questo è importante la consapevolezza e formazione del consumatore, così come è «importante capire il rischio di iniziazione dei giovani al fumo”. “Attraenti perché più moderne o salutari», le sigarette elettroniche, come mostra uno studio coreano, per i giovani non consumatori di tabacco possono diventare un viatico: il 12% di un campione di 4.500 studenti di 20 anni ha affermato di non aver provato mai una sigaretta di tabacco prima e di aver, invece, iniziato a fumare tabacco dopo aver provato l’e-cig.

«Molti gli studi in corso ma ancora insufficienti nel campione, ancora troppo piccolo, e nell’arco di tempo monitorato, che dovrebbe andare oltre i 12 mesi. Inoltre - conclude - raramente tengono in considerazione l’alta variabilità della composizione e dell’utilizzo del prodotto». (ANSA).

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