Ebola, lotta fra amnesie e tagli alla ricerca

MONDO. C’è qualcosa di profondamente grottesco nel modo in cui l’Occidente affronta le epidemie.

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Ogni volta giuriamo che sarà l’ultima impreparazione, l’ultima improvvisazione, l’ultima lezione sprecata. Poi arriva un nuovo allarme - oggi si chiama Ebola - e scopriamo che abbiamo dimenticato tutto. O peggio: che abbiamo deciso di dimenticare. Il ritorno del virus in Congo, ormai esteso anche ad alcune regioni dell’Uganda, non è soltanto una notizia sanitaria africana. È uno specchio impietoso della nostra epoca.

Il virologo Roberto Burioni lo ha spiegato con chiarezza: il ceppo attuale è pericolosissimo, privo di vaccino e di terapia specifica. Certo, Ebola non è il Covid. Non si trasmette nell’aria, almeno per ora. Colpisce attraverso il contatto diretto con persone già malate, attraverso sangue o fluidi corporei, saliva, vomito, feci, sudore, urine. Oppure con i corpi delle vittime decedute e oggetti contaminati come aghi, lenzuola o strumenti medici. È un virus feroce, sconosciuto, ma, teoricamente, controllabile. Però c’è una parola che dovrebbe gelare il sangue anche agli ottimisti: mutazione.

La mutazione dei virus, il vero pericolo

I virus mutano. È la loro natura. E la nostra natura, invece, sembra essere quella di rimuovere. Abbiamo trascorso due anni a parlare di resilienza, prevenzione, medicina territoriale, ricerca scientifica, cooperazione internazionale. Abbiamo applaudito medici dai balconi, trasformato virologi in star televisive, pronunciato discorsi solenni sul valore universale della sanità pubblica. Poi, appena l’incubo si è allontanato, siamo tornati alle vecchie abitudini: tagli, privatizzazioni, smantellamenti.

Lo smantellamento della prevenzione

Ma il quadro globale è persino peggiore. Negli Stati Uniti, la prima potenza mondiale, il vento politico soffia apertamente contro la cultura scientifica. Il trumpismo sanitario ha prodotto un paradosso storico: il Paese che guidava la ricerca mondiale sulle epidemie oggi smonta pezzo per pezzo il proprio sistema di prevenzione internazionale. La demolizione di «Usaid» e dei programmi sanitari americani non è un dettaglio burocratico. Per anni Washington aveva finanziato quasi metà degli investimenti mondiali nella ricerca sulle epidemie. Attraverso il National institute of health e organismi collegati, gli Stati Uniti sostenevano vaccini, monitoraggio epidemiologico, reti di risposta rapida. Ora quella rete viene amputata nel nome dell’«America First», che in realtà significa una cosa molto semplice: si salvino i ricchi.

Jean Kaseya, direttore degli Africa Centers for Disease control, ha detto una verità brutale: i tagli occidentali stanno indebolendo la catena di sorveglianza. Tradotto: stiamo spegnendo i radar mentre il virus avanza nella foresta. E chi lavora sul campo racconta di ospedali senza dispositivi di protezione, centri Ebola sottofinanziati, strutture incapaci di reggere un’ondata seria di contagi.

I virus viaggiano senza passaporto

Qui crolla anche l’illusione sovranista che ha dominato gli ultimi anni. Possiamo innalzare muri, respingere migranti, moltiplicare controlli alle frontiere. Ma i virus non mostrano il passaporto. Burioni lo ha ricordato: gli agenti patogeni viaggiano senza documenti. Ecco il punto che le democrazie occidentali fingono di non capire: aiutare l’Africa non è solo filantropia. È anche interesse nazionale. Ogni centro sanitario aperto in Congo è una barriera di protezione anche per Milano, Parigi o New York. Ogni vaccino finanziato laggiù riduce il rischio qui. Ma il liberismo applicato alla sanità ragiona solo sul profitto immediato, mai sulla sicurezza collettiva. Così ci ritroviamo nel mondo post-Covid: più fragili, più egoisti, più vulnerabili.

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