Il Pd e la paura
di perdere consensi

Una bufera si è scatenata in settimana sul deputato del Pd Ivan Scalfarotto. La colpa? Essere andato nel carcere di Regina Coeli a Roma per verificare le condizioni di Christian Gabriel Natale Hjorth e Elder Finnegan Lee, i due giovani americani accusati del tremendo omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. L’ispezione è avvenuta mercoledì e il parlamentare ha messo la notizia sul suo profilo Facebook, raccogliendo appena 22 commenti. Ma è poi stata rilanciata dal profilo del ministro dell’Interno Matteo Salvini e da quel momento nell’arco di una giornata la pagina di Scalfarotto è stata invasa da 340 mila messaggi, in netta prevalenza offensivi, volgari quando non violenti.

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Le reazioni più imprevedibili però sono state quelle della parte politica del deputato, il Pd appunto. L’ex ministro Carlo Calenda è stato il primo a reagire giovedì: «Spero che sia il caldo. Perché tra Gozi ieri (entrato nello staff del presidente francese Emmanuel Macron, ndr) e Scalfarotto oggi vi giuro che stiamo raggiungendo vette di stupidità mai prima conquistate nella politica contemporanea». Poi è arrivata la posizione ufficiale dei dem, una presa di distanza netta: «Quella di Scalfarotto è una sua iniziativa personale. Rientra nelle sue prerogative di parlamentare ma ripeto è una sua iniziativa non fatta a nome del Pd», ha commentato il segretario Nicola Zingaretti. Parole che non entrano nel merito della vicenda ma circoscrivono le responsabilità tradendo la paura di perdere consensi, dopo i silenzi sulla riforma della giustizia di marca grillina. Il gesto del parlamentare è sicuramente molto impopolare me rientra nelle prerogative della carica e ha precedenti illustri: dai politici in visita Erika e Omar, gli allora minorenni che nel 2001 uccisero a Novi Ligure la mamma e il fratello di lei, a chi ha incontrato Massimo Bossetti, condannato per il delitto di Yara Gambirasio.

La domanda popolare in questi casi è sempre la stessa: perché preoccuparsi di chi è accusato di un omicidio e non dei familiari della vittima? Scalfarotto non si è sottratto al quesito: «In questi casi la politica fa molto presenzialismo. A rendere omaggio a Cerciello Riga sono andati tanti miei compagni di partito. Se avrò la possibilità di incontrare la famiglia lo farò con una commozione profondissima, e spero possa accadere. Ma il collegamento è sbagliato: in uno Stato di diritto è doverosa la solidarietà per la vittima, ma lo Stato deve rispettare anche chi ha commesso il crimine più efferato».

Stato di diritto è concetto oggi poco in voga. È la forma di governo per cui i poteri sono attribuiti, regolati e limitati appunto dal diritto. Ne godiamo o ne dovremmo godere tutti, compresi i carcerati. Il manicheismo con cui è stata giudicata l’immagine che ritraeva Christian Gabriel Natale Hjort con le mani ammanettate dietro la schiena e gli occhi bendati è sbagliato: sorprendersi per quella foto non vuol dire essere contro il carabiniere ucciso e a favore del reo. È un pensiero grave. Ci sono norme delle forze dell’ordine che regolano gli interrogatori: quella pratica era fuori dal diritto tant’è che il carabiniere ritenuto responsabile è stato trasferito dai Comandi dell’Arma ad altra caserma. Mentre la procura di Roma esclude ogni forma di costrizione nell’interrogatorio, la difesa potrebbe usare quell’immagine per sostenere che la confessione dell’omicidio è stata estorta.

Visitare i carcerati per i cristiani è la sesta opera di misericordia corporale. Per i parlamentari un diritto e un dovere. Ma farebbe bene anche alle toghe. Un alto magistrato, Piercamillo Davigo, già componente del pool di Mani Pulite e oggi del Csm, ha definito «una balla» il sovraffollamento carcerario (60.476 detenuti a fronte di 50 mila 528 posti, tant’è che il ministero della Giustizia sta pensando di aprire penitenziari nelle ex caserme) e «deficienti» chi fornisce i dati relativi. A Davigo, oltre a dire qualcosa invece sulla situazione disastrosa del Csm, farebbe bene un giro nei penitenziari. In uno Stato di diritto, in una civiltà, la giustizia deve essere giusta e certa, non prevedendo in Italia marcimenti nelle celle e lavori forzati. Non è la vendetta: quella vige nei regimi.

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