Comunicato Stampa: "1.3.1956. Ci è andata proprio bene", il racconto intimo e plurale di una generazione fortunata

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La memoria di una generazione non coincide soltanto con i grandi avvenimenti dei libri di storia. Abita nei cortili in cui si giocava fino a sera, nelle prime televisioni attorno alle quali si riuniva un condominio. Ha il suono di un disco sul piatto, il colore di una maglia sportiva, l’odore di un negozio di alimentari. È fatta di oggetti scomparsi e riti collettivi, di libertà conquistate poco alla volta e di viaggi affrontati quando partire significava davvero allontanarsi dal mondo conosciuto. Raccontarla vuol dire chiedersi che cosa sia rimasto di quel patrimonio umano.
È questa la materia di "1.3.1956. Ci è andata proprio bene" di Sergio Marcelli , pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo , un saggio memoriale nel quale la vita individuale si allarga fino a comprendere quanti sono nati, precisa l’autore, tra il 1955 e il 1965. Marcelli affida al libro una convinzione volutamente provocatoria: quella generazione avrebbe attraversato il periodo più favorevole della storia recente , crescendo lontano da una guerra mondiale e dentro una società capace di migliorare le condizioni materiali, allargare i diritti e produrre forme culturali destinate a durare. Marcelli dichiara la propria posizione, la difende con entusiasmo e lascia aperto il contraddittorio. Il libro è testimonianza, dichiarazione d’amore e sfida a chi considera il passato soltanto una versione meno efficiente del presente.
La struttura rende visibile questo progetto. Tre prologhi preparano la tesi e ne cercano le radici, spingendo lo sguardo fino alla democrazia ateniese e alla Pax Augustea , emblemi di prosperità e stabilità. Il discorso torna quindi all’ Italia intorno al 1960 , un Paese che conserva le macerie dei bombardamenti e ascolta dai genitori i racconti della fame e degli sfollamenti. Da quella prossimità con la catastrofe, sostiene Marcelli, sarebbe nata una particolare disposizione alla solidarietà e la capacità di riconoscere la fortuna della pace . È il fondale delle sezioni dedicate a musica, cinema, sport e vita comune, intervallate da tre racconti di viaggio ambientati nel 1975, 1980 e 1982.
La musica è il primo grande archivio sentimentale. L’iniziazione passa attraverso "Questo piccolo grande amore" di Claudio Baglioni, ricevuto per il diciassettesimo compleanno, e prosegue con Rick Wakeman e The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Il disco non è soltanto un oggetto da ascoltare: ha una copertina da osservare, testi da interpretare, un ordine che somiglia a quello di un racconto. La scoperta musicale coincide così con un’educazione emotiva. Pink Floyd, Neil Young, Genesis, Bruce Springsteen e Leonard Cohen diventano compagni dell’esistenza, strumenti per esaltare la felicità o attraversare le giornate difficili. Più che un canone da specialista, Marcelli ricompone la geografia intima di ciò che quelle canzoni hanno rappresentato per milioni di giovani.
Lo stesso criterio guida la sezione cinematografica . I film sono valutati per i sentimenti e i pensieri che hanno generato , non attraverso un apparato teorico. Dal primo, inconsapevole incontro con "Il laureato" fino a Fellini, Ettore Scola, Woody Allen, John Landis e alle opere dedicate al Vietnam, all’Aids e all’intolleranza, il cinema appare come una scuola parallela. Ha insegnato a riconoscere l’autorità e a diffidarne, a osservare le fratture sociali, a dare un volto alle libertà negate. Dietro l’abbondanza di titoli affiora un’idea critica precisa: un’opera diventa memorabile quando continua a intervenire nella vita dello spettatore molti anni dopo la prima visione.
Anche lo sport è una forma di appartenenza. Le imprese della Nazionale, i trionfi di Alberto Tomba, Pietro Mennea, Adriano Panatta e Marco Pantani occupano la scena per la capacità di sospendere le divisioni e costruire un’emozione comune. Tra le pagine più vive ci sono quelle sulla prima promozione della Ternana in Serie A nel 1972. La città si trasforma in una festa spontanea, le persone si abbracciano senza conoscersi e persino i cittadini più compassati abbandonano il proprio ruolo. Il ricordo sportivo diventa memoria urbana: una vittoria restituisce a migliaia di individui la percezione di appartenere alla stessa storia.
È però negli intermezzi di viaggio che la scrittura cambia passo. Quattro amici, poche risorse, vecchie automobili caricate fino all’inverosimile, tende e sacchi a pelo : Amsterdam, Londra e la Scandinavia vengono raggiunte senza programmi rigidi e con una conoscenza approssimativa delle lingue. Marcelli non trasforma quelle partenze in imprese eroiche, ma le consegna all’ironia, agli equivoci e alla meraviglia di chi vede finalmente i luoghi conosciuti attraverso dischi, riviste e libri. Sotto la comicità dell’imprevisto emerge un’idea oggi quasi esotica del viaggio: potersi perdere, non essere sempre raggiungibili, affidarsi agli amici e alla curiosità.
La vita comune tiene insieme questi fili. Marcelli torna agli oratori , ai campetti , alle commissioni affidate ai bambini, al pizzicagnolo con i prosciutti appesi e i sacchi di legumi sul pavimento. La precisione sensoriale sottrae le immagini alla genericità del «si stava meglio prima» e le trasforma in scene. Accanto alle consuetudini private trovano posto il dibattito sul divorzio e sull’aborto, Sanremo, la caduta del Muro di Berlino. L’autore lega dimensione domestica e coscienza civile , convinto che la solidarietà maturata dopo la guerra abbia contribuito ad abbattere molte disuguaglianze. La diffidenza verso TikTok, l’intelligenza artificiale e i nuovi sovranismi nasce dal timore che una società più veloce smarrisca la capacità di riconoscersi come comunità .
La prosa conserva l’immediatezza del racconto orale. Marcelli passa dall’«io» al «noi», interpella chi legge, accumula date, titoli e nomi, apre digressioni seguendo il ritmo associativo della memoria. Non leviga la voce per farla sembrare più letteraria: ne mantiene l’ entusiasmo , le inflessioni colloquiali e una franchezza che avvicina narratore e lettore. Le pagine più efficaci concentrano il ragionamento in immagini quasi tangibili: il fascio di luce sulla copertina di un album, la pasta stipata nel portabagagli, il silenzio prima di un concerto, una radiocronaca capace di far immaginare un gol mai visto. Dettagli che danno corpo al tempo più di molte dichiarazioni programmatiche.
Per il modo in cui musica e calcio diventano strumenti autobiografici, il libro può ricordare il Nick Hornby di "Alta fedeltà" e "Febbre a 90’". Il tono confidenziale, capace di accostare storia ed esperienza con leggerezza, rimanda a Luciano De Crescenzo; nelle disavventure dei quattro amici affiora qualcosa della comicità di Jerome K. Jerome. Nelle conclusioni Marcelli chiede idealmente il permesso a Proust di considerare la scrittura un modo per fermare il tempo. Più che una somiglianza con la Recherche, c’è la condivisione di un’ambizione: salvare ciò che è accaduto affidandolo alle parole.
La nostalgia di "1.3.1956. Ci è andata proprio bene" non è nascosta né corretta da una finta imparzialità. È una lente dichiarata attraverso la quale Marcelli riordina l’esperienza e la offre al confronto. Chi ha vissuto quegli anni può riconoscervi frammenti della propria biografia; chi è arrivato dopo può scoprire una quotidianità nella quale la libertà disponeva di meno strumenti ma sembrava possedere spazi più larghi. Il valore del volume sta nel passaggio dal ricordo alla trasmissione, dalla felicità individuale alla domanda su ciò che meriti di essere conservato. Alla fine, quel 1° marzo 1956 non resta una data sul calendario: diventa il punto esatto in cui una vita privata comincia a parlare al plurale.

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