Comunicato Stampa: “Falene”, il volo fragile di chi cerca una luce nel buio
Una vita può cambiare direzione nello spazio di un incrocio , quando il caso mette in contatto persone che la città aveva tenuto accuratamente lontane. Basta un oggetto smarrito o una strada imboccata nel momento sbagliato perché l’ordine abituale si spezzi. Sotto le identità che esibiamo e i beni dietro i quali cerchiamo riparo resta una fragilità comune: il bisogno di lasciare una traccia prima che il nostro passaggio si dissolva.
È dentro questa zona di confine che si muove “Falene” , il romanzo di Claudia Savini pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo . Il primo protagonista che il lettore incontra è Tobia, un uomo senza fissa dimora abituato a sopravvivere tra mense solidali, portici e ripari da conquistare prima della notte. Quando smarrisce il proprio zaino, la perdita assume le proporzioni di una catastrofe: insieme a una coperta e a pochi oggetti essenziali è scomparso il taccuino sul quale da cinque anni affida pensieri, incontri e ricordi. Non cerca dunque una cosa, ma ciò che resta della propria esistenza. Da questa mancanza prende avvio un congegno corale che unisce noir sociale e commedia nera. Per recuperare lo zaino, Tobia si rivolge alla sgangherata banda dei Reptiles .
Su un’altra linea narrativa compaiono tre uomini facoltosi uniti dalla passione per l’antiquariato e da una competizione diventata regola di vita. Viaggiano per aste e mercati, acquistano quadri, orologi, gioielli e libri antichi; soprattutto collezionano taccuini. Mentre Tobia difende un solo quaderno perché contiene la sua storia, i tre amici ne accumulano decine per vincere una gara. La simmetria costituisce uno degli assi simbolici del romanzo: da una parte il prezzo delle cose, dall’altra il loro valore.
Le due traiettorie si incrociano nel corso di un fine settimana di novembre, dentro una Roma gelida e lontana dalla consueta iconografia monumentale . Claudia Savini predilige alberghi, vicoli, mense, periferie e palazzi feriti dal degrado; passa dalle sale eleganti di un’asta a uno scantinato umido, dagli appartamenti saturi di opere d’arte ai marciapiedi sui quali persino una coperta può decidere la sopravvivenza. La città non è un semplice sfondo, ma una macchina che avvicina e separa, rende alcuni visibili per ciò che possiedono e condanna altri a esistere fuori dallo sguardo.
La struttura asseconda la convergenza. Sette capitoli numerati scandiscono un itinerario di accelerazioni e ritorni. Dopo l’ingresso nel mondo di Tobia, la narrazione riavvolge di alcune ore il tempo, presenta i collezionisti e conduce tutti verso lo stesso punto. Il montaggio alternato mostra ciò che i personaggi ignorano: ogni gesto prepara l’urto successivo.
La trama possiede l’energia di una reazione a catena. Una decisione ne produce un’altra, una bugia reclama una nuova menzogna, il tentativo di riparare un danno ne provoca uno più grave. La tensione non nasce da criminali infallibili o da piani sofisticati, ma dall’impreparazione di uomini che pretendono di dominare avvenimenti ormai fuori controllo. Qui si insinua l’ umorismo nero dell’autrice: il pericolo resta concreto, a tratti feroce, eppure viene incrinato dall’inadeguatezza dei Reptiles, dalle loro discussioni surreali e dalla distanza fra l’immagine che hanno di sé e la realtà.
Claudia Savini non usa però il grottesco per sottrarre umanità ai personaggi. Dietro ogni caricatura apre una piccola stanza biografica : mostra il ragazzo deriso prima dell’uomo che risponde con i pugni, l’ex atleta consumato dalle sostanze, il delinquente cresciuto nella precarietà. Anche quando non assolve, la scrittura cerca l’origine delle ferite. Lo stesso accade ai collezionisti, osservati nella loro arroganza, ma anche nella solitudine che li spinge a riempire appartamenti e giornate. Nessuno coincide completamente con la maschera che indossa.
Tobia è il personaggio nel quale questa attenzione raggiunge la maggiore profondità. La strada non è il suo punto di partenza, bensì l’esito di una frattura. In passato è stato un medico stimato , inserito in una biografia costruita secondo aspettative familiari e sociali impeccabili. Il lavoro in oncologia, il peso delle vite che non riusciva a salvare, un matrimonio trasformato in esercizio di perfezione e la pressione di un futuro già deciso hanno finito per rendergli estranea la sua stessa esistenza. Abbandonare tutto significa fame, freddo e paura, ma è anche il tentativo estremo di tornare a respirare.
Il taccuino diventa perciò molto più di un espediente narrativo. Le sue pagine tengono insieme il medico e l’uomo senza casa, il passato rifiutato e il presente conquistato con fatica. Riscriverle sarebbe impossibile, perché la memoria non è un inventario riproducibile: sono le macchie, le cancellature e la calligrafia di un determinato istante a dare consistenza alle parole. Il romanzo oppone così due modi di conservare. I collezionisti sottraggono gli oggetti al tempo per possederli; Tobia scrive per non lasciare che il tempo sottragga lui a sé stesso.
Attorno a questo centro si dispongono la casualità e il destino, il privilegio e l’esclusione, le dipendenze, l’eredità delle famiglie, il confine fra colpa e responsabilità. “Falene” suggerisce che la ricchezza non protegge dal vuoto e che la marginalità non cancella la capacità di scegliere o prendersi cura. I personaggi si credono estranei; gli eventi li obbligano a misurarsi con la paura e con il bisogno dell’altro. La salvezza non coincide allora con un gesto eroico, ma con l’assunzione di una responsabilità reciproca.
La prosa segue il movimento disordinato delle esistenze raccontate. Il narratore onnisciente cambia punto di osservazione e aderisce al ritmo mentale dei personaggi attraverso il discorso indiretto libero. Frasi brevi, ripetizioni e domande rivolte a sé stessi danno alla pagina un’oralità riconoscibile. I dialoghi accolgono inflessioni romane, errori e intercalari che definiscono i personaggi prima ancora delle descrizioni. Il montaggio, spesso cinematografico, avvicina intanto figure inconsapevoli di procedere verso lo stesso luogo.
Per la collisione fra esistenze ordinarie e violenza improvvisa, alcune atmosfere possono ricordare Niccolò Ammaniti; i soprannomi e la tenerezza custodita sotto il grottesco richiamano Stefano Benni; nell’oralità dei criminali si può avvertire un’eco di Andrea Camilleri. Sono parentele di tono, rispetto alle quali Claudia Savini trova una direzione propria nel passaggio dalla farsa nera a una riflessione sulla memoria, affidando il nucleo intimo del libro non al delitto, ma alla relazione fra più solitudini.
Il titolo illumina retrospettivamente il romanzo. Le falene sono creature fragili ma ostinate , attraversano il buio guidate da una luce che può orientarle oppure consumarle. Così si muovono i protagonisti, attratti dal denaro, dal potere, dalla libertà, dalla memoria o dalla speranza di una seconda possibilità. La metamorfosi evocata nelle pagine iniziali riguarda chi impara a modificare il proprio sguardo. Il plurale comprende ricchi e ultimi, vittime e colpevoli: tutti partecipano alla stessa vulnerabilità, pur scegliendo luci diverse.
“Falene” convince per la rapidità dell’intreccio , l’ efficacia dei personaggi e una compassione che non diventa sentimentalismo. Il romanzo conduce dentro un meccanismo teso e imprevedibile, ma lascia soprattutto l’immagine di due uomini che imparano a riconoscersi oltre le categorie con cui il mondo li aveva definiti. Uno possedeva troppo e non sapeva più abitare la propria casa; l’altro non possedeva quasi nulla e custodiva in un quaderno lo spazio necessario per continuare a esistere.
Alla fine non conta soltanto quale luce si insegua, ma chi si riesca a vedere mentre la si cerca. Perché le falene di Claudia Savini non domandano di essere salvate dal buio: chiedono qualcuno capace di riconoscere il loro volo prima che scompaia.
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