Comunicato Stampa: «La mia vita con l’ADHD», un libro sulla la maternità oltre il giudizio
Il giudizio , nel modo in cui entriamo in relazione con l'altro al giorno d'oggi, arriva spesso prima delle domande. Una madre accompagna i figli a scuola, ascolta le segnalazioni sui loro comportamenti e torna a casa con la sensazione di doversi difendere ancora. Alle difficoltà quotidiane si aggiunge il peso di spiegare, giustificare, dimostrare di avere fatto abbastanza. Da questa esperienza prende forma «La mia vita con l’ADHD» , scritto da Stella Navatta e pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo : un memoir che affida alla scrittura la fatica di una famiglia del Canton Ticino e il bisogno di trovare qualcuno disposto ad ascoltarla. Al centro ci sono due bambini, i gemelli Luca e Matteo, e una donna che cerca di comprenderli senza smarrire sé stessa.
Il titolo contiene già una scelta di prospettiva. Quel «con» allarga lo sguardo a chi condivide le giornate, alle relazioni che cambiano, alle aspettative da rivedere. A raccontare è la madre, con la conoscenza maturata nell’intimità e le domande che quella stessa vicinanza lascia aperte. Navatta restituisce una vicenda segnata da difficoltà particolarmente complesse, che conserva la propria singolarità entro la varietà delle esperienze legate all’ADHD.
Il volume si apre con un gesto apparentemente conclusivo: l’autrice preme il tasto «Invia» e consegna le pagine della propria storia. Intorno, la vita familiare continua a reclamare attenzione. La scrittura nasce dentro questa quotidianità, nel poco spazio che concede, e vi ritorna appena il computer si chiude. Dall’introduzione il racconto risale alla giovinezza di Stella, alla timidezza, al bisogno di affetto, all’incontro con Andrea. Undici capitoli seguono il percorso autobiografico dell'autrice; una sezione divulgativa conclusiva, «Cosa è l’ADHD» , completa il volume. I ritorni al presente mettono a confronto due tempi della coscienza: quello in cui si affrontano gli eventi senza comprenderli e quello in cui si prova a rileggerli. La distanza tra la giovane madre del ricordo e la donna che scrive conferisce profondità alla testimonianza.
La scelta di partire da prima della maternità restituisce a Stella la sua intera storia. Il lavoro con gli anziani introduce il bisogno di far sentire una persona riconosciuta nella propria fragilità, un’esigenza che tornerà nel rapporto con i figli. La ricerca di contatto precede la nascita dei gemelli e attraversa gli anni, fino a coinvolgere l’identità della narratrice.
È qui che il libro trova alcune delle sue pagine più incisive. Navatta racconta la gravidanza difficile e la prematurità attraverso la percezione del corpo, la paura, lo scarto fra l’attesa immaginata e ciò che accade. Poi arrivano le notti interrotte, i gesti ripetuti, il sonno che diventa un pensiero dominante. Il desiderio di essere madre incontra il bisogno elementare di riposare. La narrazione dà spazio al sollievo di poter affidare i bambini a qualcuno, alla nostalgia di una vita precedente, alla difficoltà di riconoscersi allo specchio. Sono sentimenti che l’autrice espone insieme all’amore, senza sottrarli alla loro scomoda convivenza.
Questa franchezza costituisce un punto di forza del memoir. La maternità acquista spessore attraverso le sue ambivalenze , comprese quelle che si teme possano essere scambiate per una colpa . Tornare al lavoro assume il valore di un recupero di sé; una conversazione con un collega può rappresentare uno dei pochi contatti con il mondo esterno. Il carico della cura emerge dal tempo che assorbe e dalla parte di vita che lascia in attesa.
Attorno a questo centro si sviluppano i rapporti familiari . Andrea è raccontato attraverso le differenze di carattere, le incomprensioni e i momenti di vicinanza che attraversano la coppia. Nei silenzi tra i due si avverte quanto sia difficile comunicare quando ogni energia sembra già impegnata altrove. Sara, la figlia più piccola, introduce una diversa esperienza della maternità e rende evidente la necessità di trovare un equilibrio tra bisogni diseguali. Anche i gemelli mantengono tratti distinti: lo sguardo materno coglie modalità differenti di reagire e di cercare contatto. La famiglia prende consistenza in questa rete di legami, dove amare richiede un continuo lavoro di comprensione.
La ricerca di una diagnosi attraversa il libro come una domanda di riconoscimento. I colloqui, le visite e gli incontri a scuola scandiscono anni nei quali, secondo il vissuto dell’autrice, le preoccupazioni faticano a trovare ascolto. Dare un nome alle difficoltà significa poterle collocare entro una storia comprensibile e cercare un sostegno adeguato. La tensione narrativa nasce dall’attesa, dal ripetersi di tentativi che sembrano riportare al punto di partenza. Il lettore ne misura il costo nelle energie consumate, nelle spese, nei programmi familiari che si restringono attorno alle necessità dei bambini.
La prima persona tiene insieme questa materia con un tono vicino alla confidenza. Navatta passa spesso dal fatto alla sua risonanza interiore , quasi avesse bisogno di verificare sulla pagina quanto un episodio continui a pesarle. Su questa base quotidiana si innestano immagini che tornano e si trasformano. Il vetro dell’incubatrice, inizialmente presenza concreta della nascita prematura, riappare come figura della distanza che la madre avverte tra i figli e il mondo. Le tempeste traducono l’imprevedibilità delle crisi; i rifugi esprimono il desiderio di protezione. Sono immagini familiari, legate alle scene, attraverso le quali una percezione del corpo diventa il modo di nominare una condizione interiore.
La solitudine , intanto, cambia estensione. Dal sentimento personale passa agli spazi condivisi, alle occasioni di incontro che si riducono, al timore di un altro sguardo di rimprovero. La scuola, il parco e le feste dei compagni diventano luoghi nei quali si misura la possibilità di appartenere a un gruppo. Il libro rende visibile quanto un’ esclusione possa depositarsi nei gesti più ordinari, fino a modificare un percorso o suggerire di rinunciare a un invito. È in questi dettagli che la testimonianza assume una rilevanza pubblica e invita a considerare il lavoro necessario perché una famiglia possa sentirsi parte della comunità.
Il Savana Park, presentato già nelle pagine iniziali, dà una forma concreta a questa esigenza. Lo spazio di gioco e incontro ideato da Navatta mette in relazione il bisogno dei bambini di partecipare e quello dei genitori di potersi fermare, parlare, trovare comprensione. Entra così nel racconto anche la costruzione di una nuova identità professionale. Il desiderio di essere aiutata diventa capacità di riconoscere una richiesta simile negli altri. A unire questi passaggi è la memoria di ciò che è mancato.
«La mia vita con l’ADHD» affida così alla pagina un’esperienza ancora aperta, con le sue speranze e le sue domande. Il suo valore testimoniale risiede nella disponibilità a mostrare quanto resta irrisolto e a dare dignità a sentimenti che spesso si confidano soltanto a bassa voce. Dopo aver seguito Stella Navatta dentro la sua quotidianità, anche una scena osservata per caso può apparire diversa: dietro una madre in difficoltà si intravede una storia che lo sguardo non basta a conoscere. L’inclusione comincia quando una famiglia può entrare in una stanza senza sentirsi in dovere di chiedere scusa per esserci.
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