Comunicato Stampa: «POETICA – MENTE», tra ferite e cura la parola si fa poesia
La perdita di una persona amata e quella della fiducia hanno un tratto in comune: modificano il significato delle parole. Madre, amore, promessa, verità smettono di essere nomi al riparo dall’incertezza e diventano territori da attraversare di nuovo. La poesia può misurarsi con questo disordine, accoglierne le contraddizioni, dare una forma anche alla rabbia. La pagina conserva il bisogno di chiedere conto, di ricordare, di difendere quanto resta: il dolore privato diventa una domanda sulla qualità dei legami.
In «POETICA – MENTE. Intreccio di versi sacri e profani» , pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo , Roberta Messina esplora questa responsabilità attraverso una lingua che conosce tanto l’asprezza dell’accusa quanto la misura del gesto affettuoso. La raccolta riunisce testi sul lutto , sulla maternità , sul desiderio , sull’ inganno e sulla ricerca di un’ integrità possibile . Il titolo separa graficamente ciò che l’avverbio terrebbe unito: la “mente” emerge come spazio in cui l’esperienza viene interrogata, trasformata in immagine, restituita alla voce.
Quella separazione ritorna nei nomi delle sei sezioni: «Coraggiosa – Mente», «Voluttuosa – Mente», «Profana – Mente», «Perduta – Mente», «Serena – Mente» e «Dolce – Mente» . Letti uno dopo l’altro, sembrano suggerire un itinerario dal conflitto alla quiete . I componimenti rendono il tragitto più inquieto: la dolcezza può affacciarsi dentro il dolore, l’invettiva riemergere quando il lettore si aspetterebbe una tregua. L’architettura del libro rispetta questa discontinuità. La memoria affettiva accompagna anche le pagine più dure, mentre la domanda morale attraversa quelle più raccolte.
Il primo nucleo del volume riguarda il legame materno e la sua capacità di fondare un’appartenenza. In «Madre» bastano due versi a definire una parentela che nasce dalla cura: «Mi hai cullato come una madre, / pur non essendo mia madre». La figura evocata ha protetto, baciato una fronte, riscaldato una mano. La maternità prende consistenza nel tempo dedicato all’altra persona, nella presenza che rende abitabile la fragilità. Il lessico rimane vicino alla lingua comune e proprio questa prossimità consente alla commozione di raggiungere il lettore senza una lunga preparazione.
Al centro della poesia avviene uno scambio decisivo: la mano un tempo accolta diventa quella che stringe , nel tentativo di impedire il distacco. Chi ha ricevuto protezione vorrebbe restituirla fino a sottrarre l’altra persona alla morte. La ripetizione delle parole “madre” e “figlia” dà al componimento il ritmo di un riconoscimento, quasi che nominare ancora il vincolo permettesse di custodirlo oltre la separazione. È una delle qualità più persuasive della raccolta: affidare a un dettaglio fisico un’esperienza vasta, lasciare che una mano racconti quanto un discorso rischierebbe di disperdere.
Alla presenza che accoglie si contrappone presto lo sguardo che umilia. «Fimmina», proposta in siciliano e poi in italiano con il titolo «Femmina», descrive una donna privata simbolicamente della vista e della parola. Il passaggio determinante riguarda l’origine della colpa : «la vergogna / che venne da fuori / e ti rese muta e cieca». La vergogna entra nella vita della figura femminile come una forza estranea, capace di condizionarne la percezione di sé. Intorno, gli altri continuano a parlare come se chi ascolta fosse ormai assente. La poesia restituisce presenza alla donna che il giudizio altrui vorrebbe cancellare.
La doppia versione permette di avvertire quanto il significato dipenda anche dal suono. Nel siciliano, le ricorrenze di “chianci”, “niuru”, “muta e orba” imprimono alla scena una cadenza insistente, prossima al lamento. L’italiano ne conserva la struttura circolare. Il contrasto fra anime nere e abiti bianchi introduce inoltre un motivo destinato a tornare: l’innocenza esibita come maschera. Messina lavora spesso su opposizioni nette, luce e buio, verità e menzogna, purezza e corruzione. Qui il loro valore è concreto: mostrare la distanza fra l’apparenza rispettabile e ciò che quella rispettabilità può nascondere.
Lo stesso scarto alimenta «Profana – Mente», dove la devozione diventa una scena da osservare nei suoi gesti. Una figura entra nelle cappelle, si inginocchia, confessa, riordina le vesti ed esce. La sequenza ha una precisione quasi teatrale: il movimento del corpo rende visibile il giudizio della voce poetica. I luoghi sacri assumono a loro volta una stanchezza umana, sono «esauste dal suono ridondante / di peccati viziosi». La personificazione sposta il peso della falsità sulle pareti che la ospitano.
La religiosità della raccolta prende forma dentro questo attrito. Preghiera, confessione, croce, anima e salvezza costituiscono un vocabolario attraverso cui misurare le azioni umane. Il richiamo al sacro rende più evidente la responsabilità di chi lo adopera come copertura; il corpo, esposto al desiderio e al dolore, diventa il luogo in cui quella responsabilità viene messa alla prova. Nelle sezioni centrali la lingua si fa esplicita, talvolta feroce . Fame, piacere, dipendenza e possesso si richiamano a vicenda, dentro rapporti nei quali l’incontro rischia di ridursi a consumo dell’altro. La fiducia tradita altera persino la percezione sensoriale: ciò che attraeva può assumere l’odore della decomposizione.
È una poesia che sceglie l’ esposizione e accetta il rischio dell’eccesso . La voce accusa, pronuncia giudizi, ricorre al sarcasmo e alla deformazione grottesca. La denuncia della sopraffazione convive con una severa valutazione morale della sessualità: due tensioni che danno alle pagine più aspre il carattere di un conflitto ancora aperto. Il lettore incontra una parola coinvolta, segnata dall’urgenza di distinguere la promessa dall’inganno. Quando il tono torna affettuoso, si avverte quanto spazio abbia dovuto attraversare per raggiungere quella misura.
Sul piano formale prevale il verso libero : segmenti brevi isolano un gesto o un’accusa, sequenze più distese accolgono il ragionamento e sfiorano l’andamento della prosa. Il ritmo nasce soprattutto dalle riprese sintattiche, dalle anafore, dalle apostrofi rivolte a un “tu”. Le rime, quando si addensano, possono produrre una cantilena sarcastica, quasi una filastrocca incrinata dal suo contenuto. Altrove le ripetizioni assumono la cadenza della preghiera. È una scrittura che invita alla lettura ad alta voce: pause, insistenze e bruschi accorciamenti del verso fanno sentire la pressione emotiva sotto le parole.
Anche il lessico partecipa a questa mobilità. Alle espressioni quotidiane si accostano formule religiose, vocaboli sessuali e termini botanici come “ligule”, “flosculi”, “pseudanzio”. La precisione del nome vegetale entra in immagini di disfacimento e seduzione; fiori, animali, stagioni e sentieri ricevono un significato morale. Il ricorso frequente alla personificazione rende visibili anche le realtà astratte: la fiducia può giacere lacerata, la verità scivolare fra le mani. In questo modo il pensiero acquista peso, movimento, una consistenza che il lettore può quasi toccare.
Dentro questa fermezza rimane riconoscibile una vulnerabilità : il cuore desidera aprirsi a chi sappia apprezzarlo e teme di essere ferito ancora. È il punto nel quale il libro ritrova la sua domanda più umana, quella sulla possibilità di affidarsi dopo una delusione. La raccolta mantiene accanto alla rabbia la memoria dei gesti che proteggono, delle mani che si cercano, dell’aiuto offerto a chi deve oltrepassare una soglia. La sua forza risiede in questa convivenza, nella continuità affettiva che lega testi di temperatura diversa. Anche quando alza la voce, questa poesia custodisce il ricordo di una mano che non vorrebbe lasciare andare.
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