Comunicato Stampa: "Quando la Terra era piatta", il racconto vertiginoso del tempo prima dell’uomo

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Prima dell’uomo, prima della parola, prima dei nomi dati alle cose, la Terra era già un luogo smisurato e indifferente, attraversato da mari, vulcani, deserti, foreste, catastrofi, silenzi. Esisteva senza sapere di esistere, mutava senza testimoni, generava forme di vita destinate a comparire e scomparire molto prima che qualcuno potesse raccontarle. Il tempo profondo, quello che si misura in milioni e miliardi di anni, ha spesso l’aspetto di una nozione scientifica difficile da trattenere nella mente: eppure, quando la conoscenza incontra l’immaginazione, quel tempo remoto può farsi racconto, paesaggio, corpo, paura, fame, gesto quotidiano. Può diventare una forma di stupore narrativo.
È da questa soglia che prende avvio "Quando la Terra era piatta. Racconti immaginari del tempo profondo" di Guido Salvadori del Prato , pubblicato da Europa Edizioni . Il titolo contiene già una dichiarazione di poetica: naturalmente la Terra non è mai stata piatta, avverte l’autore nel preambolo, ma tale l’avrebbero forse ritenuta i protagonisti delle storie narrate, se solo si fossero posti il problema. Ma i loro problemi erano altri: sopravvivere, mangiare, sfuggire ai predatori, adattarsi al freddo, al caldo, alla fame, alla notte, all’ignoto. Il libro non si presenta come un manuale di divulgazione scientifica: il suo intento è suscitare emozioni, immaginare ciò che non possiamo ricordare, trasformare l’immensità della storia naturale in una sequenza di scene vive.
Ogni capitolo porta in epigrafe un numero preceduto dal segno meno: -1.000.000.000, -600.000.000, -250.000.000, -66.000.000, e poi via via fino a -10.000. Non sono semplici date: sono distanze. Indicano approssimativamente gli anni che ci separano dagli avvenimenti narrati. Il lettore, così, non viene invitato soltanto a guardare indietro, ma a misurare il baratro che lo divide da ciò che legge . Ogni segno meno è una fenditura temporale, una porta aperta su un mondo remoto e insieme decisivo. Perché tutto ciò che siamo, il nostro corpo, il nostro cervello, la nostra paura, la nostra capacità di raccontare e distruggere, nasce da quella successione di tentativi, catastrofi e sopravvivenze.
Il primo grande protagonista del libro è il pianeta stesso . Nei capitoli iniziali, come “Nessuno”, “Qualcuno”, “Troppi” e “Troppo grossi”, Salvadori del Prato immagina una Terra ancora priva di sguardo umano . È una delle intuizioni più suggestive del volume, perché rovescia la nostra abitudine antropocentrica. Noi pensiamo il mondo come qualcosa che comincia davvero quando arriva una coscienza a nominarlo; il libro, invece, ci costringe a immaginare un meraviglioso paesaggio “inutile”, non perché privo di valore, ma perché privo di spettatori. La bellezza precede lo sguardo. La vita precede il racconto.
Da questa solitudine cosmica emergono poi le prime forme viventi. La vita appare come una scommessa attivata dal caso e stabilizzata dalla necessità, un processo fragile e tenace, esposto a devastazioni immani. Le grandi estinzioni, l’impatto dell’asteroide, la scomparsa dei dinosauri, la possibilità dei piccoli mammiferi di resistere dove i colossi vengono travolti, non sono presentati come capitoli chiusi di una cronologia scientifica, ma come snodi narrativi. L’evoluzione, qui, non ha il passo trionfale del progresso: somiglia piuttosto a una lunga serie di incidenti sopravvissuti.
Quando l’umano entra in scena , il libro cambia respiro. Non abbandona la cornice scientifica, ma la porta dentro la carne dei personaggi. L’ultimo tratto del percorso approda a circa diecimila anni fa. Qui il libro mette in scena un passaggio epocale: dalla caccia e raccolta all’agricoltura, dal movimento alla stanzialità, dalla disponibilità comune dello spazio alla nascita di un’idea più rigida di possesso. Non c’è bisogno di trasformare il racconto in allegoria esplicita: la tensione fra i due fratelli basta a far emergere domande che arrivano fino a noi. Che cosa significa dire “mio” davanti alla terra? Quando il lavoro diventa diritto? Salvadori del Prato ha il merito di non irrigidire queste domande in una tesi. Le lascia agire dentro il dialogo, dentro il conflitto, dentro la curiosità di un mondo che sta cambiando senza sapere ancora quanto.
Le due appendici completano il libro spostando il baricentro verso una riflessione più ampia. “Elisir” apre una deviazione sul desiderio umano di curare, guarire, prolungare la vita, interrogando il rapporto fra osservazione della natura, rimedio e speranza . “La malattia” , invece, assume un tono più apertamente filosofico e critico : dopo aver seguito per milioni di anni l’affermarsi della vita, il lettore si ritrova davanti alla specie che più di ogni altra ha imparato ad accumulare conoscenza, trasmetterla, trasformare l’ambiente, forzare i processi naturali. L’intelligenza umana appare allora come conquista e rischio, scintilla e contagio, possibilità creativa e minaccia planetaria. È un finale che, dopo averci mostrato quanto sia stato lungo il cammino fino a noi, ci chiede implicitamente che cosa stiamo facendo del luogo che ci ha resi possibili.
Il libro potrebbe far pensare alle "Cosmicomiche" di Italo Calvino, ma si può richiamare anche il Primo Levi più curioso e laterale di certe prose scientifiche e fantastiche, dove l’intelligenza osserva la materia vivente con ironia e inquietudine. E, sul versante della storia naturale come racconto delle possibilità mancate, torna alla mente Stephen Jay Gould, per il modo in cui l’evoluzione viene letta non come marcia trionfale verso l’uomo, ma come intreccio di contingenze.
Il libro attraversa miliardi di anni, ma spesso si ferma su un dettaglio: è lì che il lettore percepisce quanto siamo recenti, quanto siamo improbabili, quanto la nostra centralità sia una costruzione fragile. Il libro non chiede di scegliere fra conoscenza ed emozione: mostra che la conoscenza, quando viene raccontata bene, può essere una delle forme più alte dell’emozione.
Senza svelare troppo dei singoli racconti, si può dire che il volume lavora su una doppia prospettiva. Da un lato ridimensiona l’uomo, lo riporta alla sua appartenenza animale , alla sua dipendenza da catastrofi che avrebbe potuto non superare. Dall’altro ne riconosce la singolarità : la parola, l’immagine, la memoria, la cultura, la capacità di trasformare l’esperienza in racconto. Questa tensione impedisce al libro di diventare una semplice celebrazione della natura o una requisitoria contro l’umanità. La Terra di Salvadori del Prato non è un paradiso perduto: è feroce, generativa, indifferente, magnifica. L’uomo non è solo una colpa: è anche lo sguardo che finalmente vede, ricorda, interpreta. Il problema, semmai, è che vedere non significa ancora comprendere, e comprendere non significa ancora custodire.
Alla fine resta la sensazione di aver attraversato un libro breve e insieme vastissimo, capace di tenere nello stesso campo visivo la spugna primordiale e l’artista rupestre, il predatore e il migrante, il fratello cacciatore e quello agricoltore, il pianeta senza testimoni e il presente che consuma risorse come se avesse un altro mondo a disposizione. "Quando la Terra era piatta" non pretende di spiegare tutto, ma restituisce al lettore la vertigine di non essere l’inizio della storia. Prima di noi, la Terra ha respirato, bruciato, gelato, partorito forme, cancellato specie, tentato strade, sbagliato, ricominciato. Noi siamo arrivati tardi, con la nostra intelligenza inquieta e la nostra fame di significato. E forse il tempo profondo serve proprio a questo: a ricordarci che il mondo non è nato per essere nostro, ma che adesso, nel bene e nel male, dipende anche da come lo guardiamo.

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