Comunicato Stampa: “Storia segreta di Emma e di tante camelie perdute”, i misteri di Venezia tra arte e memoria

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A Venezia anche una porta chiusa può nascondere una promessa. Oltre le facciate esposte agli sguardi, la città conserva giardini nascosti, passaggi fra dimore contigue, stanze nelle quali il tempo sembra essersi depositato insieme agli oggetti. Per attraversare quella soglia occorre imparare a guardare. È nella distanza fra la bellezza visibile e le esistenze che la custodiscono che il mistero trova la propria materia più fertile: la memoria degli uomini, il bisogno di lasciare una traccia.
Francesco Caprioli esplora questo territorio in “Storia segreta di Emma e di tante camelie perdute (PERDUCAMELIA)” , pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo . Il romanzo intreccia la Venezia contemporanea con un passato che raggiunge la corte del Grande Khan, affianca il traffico delle opere d’arte ai piccoli commerci dell’affetto, fa convivere l’avventura con una vena di commedia corrosiva. Il titolo accosta una figura femminile e un’immagine floreale: sotto il movimento degli intrighi, annuncia la persistenza di qualcosa di fragile.
L’inizio ha la precisione di una data, il 24 aprile 2011, domenica di Pasqua, e la lentezza di un rito privato. Alessandro Altieri contempla l’alba dalla propria altana. Gestisce un’attività sartoriale, possiede un talento per le relazioni e trascorsi nei servizi britannici. La sua sistemazione nasce da un’intesa singolare con Emma Tripcovich, ottantacinquenne erede di una famiglia di armatori, conosciuta a un corso di pittura. Lei gli concede una mansarda in comodato gratuito; in cambio desidera che qualcuno si occupi del suo funerale. Una trattativa paradossale porta in superficie la paura di essere soli proprio quando non sarà più possibile chiedere compagnia.
Caprioli costruisce l’incontro attraverso uno scarto di tono significativo. Il ritratto di Emma è inizialmente impietoso, segnato da una comicità fisica esuberante e deformazioni caricaturali. Poi una richiesta, una lacrima cambiano la distanza. La figura che sembrava prestarsi al sorriso reclama attenzione e rispetto. Sotto l’ostinazione negoziale emerge un bisogno elementare di affetto. Anche Alessandro, entrato nella comunità delle pittrici anziane con intenzioni tutt’altro che disinteressate, deve misurarsi con il peso di una promessa. La relazione comincia là dove le convenienze non bastano più a spiegarla.
Da questo nucleo domestico il racconto si allarga. Dopo il prologo, “Il segreto del giardino delle camelie” conduce nella Xanadu del 1274 e nella Venezia di fine Duecento . “Capolavoro sconosciuto”, la parte più ampia, torna alla giornata pasquale del 2011, scandita da indicazioni di luogo e ora, con un’incursione nella Berlino del 1937 e una breve coda nei giorni successivi. L’estensione del passato contrasta con la concentrazione degli eventi contemporanei. Il montaggio alterna iniziative simultanee, distribuisce informazioni fra personaggi che conoscono soltanto una parte della vicenda, lascia al lettore il piacere di cogliere le connessioni.
Nella trama storica compare Aychi, che l’invenzione romanzesca colloca accanto a Marco Polo e nella famiglia del Grande Khan. La cultura dei giardini orientali le suggerisce un’idea di futuro affidata alla coltivazione e alla conoscenza. Attorno a lei risuonano propositi di conquista, mentre il suo lavoro richiede pazienza e rispetto dei cicli naturali. Il giardino diventa il luogo di questa divergenza. Vi si apprende un sapere che può apparire magico a chi ne ignora le ragioni: un equivoco che espone la conoscenza al sospetto. Caprioli usa la distanza dei secoli per mettere in scena la difficoltà di accogliere ciò che sfugge alle consuetudini.
Quando Aychi raggiunge Venezia, la diffidenza assume il linguaggio degli interessi minacciati. Le voci si propagano nelle botteghe, la paura della straniera diventa una risorsa per chi vuole difendere un vantaggio. Ciascuno aggiunge qualcosa alla diceria fino a renderla utilizzabile. Le figure minori, dal barbiere agli avventori delle osterie, acquistano una forza teatrale: il loro agitarsi restituisce una società capace di trasformare l’ignoranza in un’arma. La tensione narrativa nasce anche da qui, dalla facilità con cui una comunità può trovare un accordo sulle proprie paure.
La città accompagna ogni passaggio con una presenza fisica insistita. Nell’apertura i palazzi hanno viscere, gengive, nervi esposti; l’acqua li assedia. Il lessico del corpo trasferisce sull’architettura una vulnerabilità che appartiene anche agli abitanti. Altrove Venezia concede respiro, si apre alla luce delle terrazze, offre la prossimità umana di Campo San Martino. La scrittura segue gli odori, il suono delle campane, il brusio che attraversa un androne. La precisione dei percorsi rende riconoscibile lo spazio, mentre le immagini lo caricano di inquietudine: una passeggiata può diventare un pedinamento, un luogo familiare mostrare un accesso rimasto inosservato.
Nel presente, il desiderio di possesso trova nell’arte il proprio oggetto privilegiato . Un dipinto attribuito a Caravaggio mette in moto ambizioni che superano i confini della città. L’incertezza sull’autenticità solleva una domanda: quanto dipende dalle qualità di un’opera e quanto dal nome, dalla provenienza, dal prestigio che le vengono assegnati? A questa vicenda si affianca l’ambiente della Biennale, dove la celebrazione della creatività lascia intravedere rapporti di forza. Il valore estetico e quello economico si inseguono, entrano in conflitto, si prestano a reciproche manipolazioni. Il mistero dell’opera diventa un’indagine sulle intenzioni di chi la desidera.
La satira si esercita soprattutto sul linguaggio. Michael Trafalgar, artista australiano, difende il proprio universo creativo con discorsi che oscillano fra slancio visionario e compiacimento. Gli interlocutori traducono quelle aspirazioni secondo le proprie necessità. Le parole rivelano la distanza fra il ruolo esibito e lo scopo perseguito: una dichiarazione di principio può preparare una trattativa, una formula di ammirazione può mascherare il calcolo. Il bersaglio della comicità comprende le pose, le gerarchie, la disinvoltura con cui si pretende di stabilire il valore altrui. Questa ironia tiene desta la lettura anche nei passaggi dedicati alle spiegazioni dell’intrigo.
La voce narrante governa questa materia con una presenza riconoscibile. Commenta, si rivolge al lettore, si presenta come un cronista che ha interrogato il protagonista e cercato negli archivi gli antecedenti della storia. È un dispositivo che invita a partecipare alla ricostruzione, sul confine fra testimonianza e affabulazione. La prosa predilige l’abbondanza: accumula dettagli, moltiplica similitudini, attribuisce gesti e intenzioni alle cose. I ritratti insistono sui corpi, colti nelle sproporzioni e nei movimenti rivelatori. A questa espansione descrittiva rispondono dialoghi rapidi e spiritosi. Negli scambi fra Altieri ed Elizabeth Bournemore ogni battuta cerca di spostare a proprio favore l’equilibrio del confronto.
Il passaggio fra grottesco, suspense e abbandono lirico dà al libro una fisionomia personale. La comicità incrina l’immagine che i personaggi offrono di sé, mentre i momenti più raccolti restituiscono consistenza alle loro fragilità. Anche le camelie richiedono qualcuno disposto a dedicare tempo alla loro continuità. “Capolavoro sconosciuto” diventa allora un invito ad allargare lo sguardo oltre l’opera contesa, verso il valore delle relazioni lontane dalla visibilità pubblica. Il romanzo porta il lettore dalla curiosità per un segreto all’attenzione per chi lo custodisce. La bellezza attraversa i secoli quando qualcuno se ne prende cura. E una vita lascia il segno quando trova qualcosa da amare più di sé.

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