Dall’alta Val Seriana a Lagos «Con l’inglese da cantiere»
Gianluca Beccarelli

Dall’alta Val Seriana a Lagos
«Con l’inglese da cantiere»

Ha già trascorso un terzo della sua vita in Africa. «Ora lavoro per un’importante società petrolifera». Il classe ‘63 Gianluca Beccarelli ha passato in Africa esattamente un terzo della sua vita. Corre infatti il suo 18° anno di permanenza in Nigeria, dove ha lavorato in tre diverse tranche nel campo dell’edilizia: negli anni ‘80 come capo cantiere, poi come manager e dal 2009 come responsabile del reparto investimenti per una società petrolifera con sede a Lagos.

Il classe ‘63 Gianluca Beccarelli ha passato in Africa esattamente un terzo della sua vita. Corre infatti il suo 18° anno di permanenza in Nigeria, dove ha lavorato in tre diverse tranche nel campo dell’edilizia: negli anni ‘80 come capo cantiere, poi come manager e dal 2009 come responsabile del reparto investimenti per una società petrolifera con sede a Lagos. Gianluca sottolinea come «pur essendo nato in Svizzera perché i miei ci lavoravano, sono un bergamasco al 100%: la mamma è di Fino del Monte e mio papà di Rovetta. Ci siamo tornati quando avevo 3 anni e lì ho frequentato le scuole. Mi piaceva l’agraria, ma c’era solo a Treviglio e il collegio era troppo costoso. A quei tempi il boom dell’edilizia mi ha indirizzato verso la scuola Fantoni di Bergamo, che mi ha permesso di uscire dall’Italia e trovare un lavoro promettente».

Come le è saltato in mente di andare a lavorare in Africa?

«Mi piaceva l’avventura, è stato indimenticabile. Nell’83 ero un semplice ragazzo di provincia con tanti sogni e la voglia di scoprire il mondo. In una settimana mi son ritrovato in un altro continente, a cercar di capire un’altra lingua, ad affrontare un lavoro che sì e no ero capace di fare, gestendo i cantieri per una ditta di costruzioni italiana».

Quali sono state le situazioni più inusuali che ha fronteggiato?

«Nell’84 ero in un angolo remoto della Nigeria a costruire la terza birreria più grande d’Africa. Non avevo esperienza e mi sono ritrovato nel bosco per un intervento di decine di ettari: di giorno lavoravo, di notte leggevo manuali di costruzione in inglese. In un anno ne ho persi dieci di vita. Un’altra situazione forte l’ho vissuta a Takum, al confine con il Camerun. Durante la costruzione di una villa sono rimasto nella giungla solo con una radio che ho dovuto assemblare da me, pur non sapendone molto di elettronica. Mi hanno risposto dopo tre settimane di isolamento. È stata una sensazione indescrivibile riuscire a comunicare con la civiltà. Questi duri anni di lavoro mi hanno forgiato, ho imparato un inglese “da cantiere”, mi sono integrato, passando da capo-cantiere a manager. Ho conosciuto anche la ragazza che ho portato al mio primo matrimonio, la madre della mia prima figlia».

Come è proseguita la sua carriera lavorativa?

«Per 20 anni ho lavorato sempre nell’edilizia facendo sponda con l’Italia. Qui ho conosciuto la mia attuale moglie e abbiamo comprato casa a Cerete Basso, ma voleva ritornare in Nigeria a tutti i costi: ci credevo poco, ma lei è la prova vivente che il mal d’Africa esiste. Ho 5 figli. I due più piccoli vivono con noi, gli altri due - che qui sono cresciuti - ora studiano in Italia e la mia prima figlia vive e lavora a Rovetta».

In cosa consiste precisamente la sua attuale mansione?

«Lavoro come responsabile del reparto investimenti per una società nigeriana che commercia in carburanti e gestisce uno dei depositi più grandi del Paese a Lagos. La compagnia stava investendo nella costruzione di un grande complesso residenziale destinato al personale, ma 5 anni fa un barcone attraccato al molo del nostro terminal è saltato in aria creando gravi danni alle infrastrutture. L’azienda ha così deciso per una sua ristrutturazione globale. Quel deposito è stato inaugurato proprio due sabati fa, con l’attracco della più grossa petroliera che abbia mai toccato un porto in Africa. All’infuori di sabbia ghiaia e cemento, importiamo tutti i materiali di costruzione dall’Italia e ne sono orgoglioso. Abbiamo edificato tante ville, appartamenti e una magione di 6mila mq. Ci sono altri progetti in corso sparsi per il mondo, anche negli Usa, dove sono stato varie volte».

Il destino economico-sociale della Nigeria dipende strettamente dall’oro nero?

«Sì. E a sua volta l’andamento del petrolio è strettamente legato a quello dei governi, che da sempre hanno problemi di corruzione. L’attuale presidente (Buhari) sta tentando di fare un repulisti generale per fermarla. Questo è positivo. L’altra faccia della medaglia è che importare è molto più difficile. Sono stati chiusi i rubinetti alla corruzione, ma anche al mercato: la moneta locale (la Naira) è stata fortemente svalutata, il prezzo del carburante è aumentato, le paghe locali non sono salite. Già le persone prima prendevano poco, ora sono al collasso. Ci sono pochi ricchi e oltre 170 milioni fan la fame. Molte aziende sono in crisi. La nostra fortuna è l’investimento nel terminal, che sarà completo a metà 2018».

Come descriverebbe in poche parole la città di Lagos?

«È una metropoli sporca e servita male, la corrente c’è per 3 ore al giorno: per 13 ore ci basiamo su gruppi elettrogeni, per le restanti 8 siamo al “buio”: a lungo andare pesa. Il traffico è pazzesco. Ci sono due strade regolari, le altre sono fatiscenti e piene di buche. Sono tre i quartieri abbordabili e ben serviti, il resto è bidonville. Da fuori sento dire che sia una città molto pericolosa: nonostante la povertà diffusa, la mia percezione è che non sia più rischiosa di una città come Milano, basta evitare determinate zone in certi orari».

Cosa fa nei momenti di relax?

«Ne ho pochissimi. Lavoro fino al sabato pomeriggio, quando alle 17 vado a giocare a calcio con mio figlio. La domenica mi piace passare il tempo con la famiglia: non ci muoviamo molto, ma abbiamo la fortuna di avere un bel giardino con il barbecue e la piscinetta. E poi c’è da gestire la scuola internazionale italiana frequentata dai miei figli, sono nel comitato».

Com’è gestire una scuola a Lagos?

«È una bella grana (tra il serio e il faceto): gli alunni sono pochi, i costi sono alti e si fa il massimo per abbassare le rette. La cultura dovrebbe essere gratis per tutti. La scuola era gestita da una compagnia petrolifera italiana sino a pochi anni fa, poi è stata abbandonata. Era in uno stato decadente quando alcune famiglie italiane l’hanno salvata e risollevata. Mi sono occupato dell’importazione di materiale per rifare bagni, campi da gioco, e della parte illuminotecnica, grazie a un lavoro di squadra con fornitori e tecnici italiani. Mi sento molto orgoglioso di partecipare alla vita di una scuola che contribuisce a far conoscere la nostra cultura nel mondo».

A nominare le parole «casa» e «futuro», cosa le viene in mente?

«Penso alle vette che vedo dalla finestra a Cerete Basso e alla pace che sento nel cuore ammirandole. Nel futuro mi vedrei in una fattoria a coltivare un pezzo di terra, in un piccolo angolo di mondo a fare quello che ho sempre sognato: il contadino. La mia era una famiglia di contadini, mio nonno stesso lo era, ed è per questo che desidero passare così l’ultimo periodo della mia vita».

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per sei mesi l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: bergamosenzaconfini@ecodibergamo.it.


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