Lunedì 24 Giugno 2013

Nicholas venne ucciso in Brasile
I 4 killer condannati a 144 anni

Centoquarantatré anni e dieci mesi. È la pena complessiva che dovranno scontare quattro brasiliani condannati nei giorni scorsi dal tribunale di São Miguel dos Campos per aver ucciso a colpi di pistola, il 17 maggio 2008 a Maceiò, il ventenne bergamasco Nicholas Pignataro, detto Niki, e il suo amico brasiliano Alagono Edson da Conceição, detto Pixote.

Dopo tre giorni di processo, durante il quale sono stati sentiti quattro testimoni, il giudice Moura Castro ha emesso le maxi condanne per duplice omicidio e costituzione di banda finalizzata al crimine. Antonio Nunes da Rocha, ritenuto la mente dei delitti, è stato condannato a 54 anni e 6 mesi di cella (26 anni per ogni vittima e 2 per formazione di banda finalizzata al crimine): trattandosi del boss di una grossa organizzazione criminale, in occasione del processo il giudice ha disposto, per sicurezza, la chiusura di tutte le strade attorno al tribunale, costantemente presidiate dalla polizia.

Il fratello del boss, Edtelmo Nunes, ha invece rimediato una condanna a 47 anni e 4 mesi di carcere: sarebbe stato proprio lui a guidare l'auto sulla quale vennero trasportati Niki e Pixote a Barra di São Miguel, la località dove vennero uccisi. Ai due fratelli è stata contestata l'aggravante dei futili motivi, oltre che del sequestro di persona e l'impossibilità di difendersi da parte delle due vittime. Fabio José Nunes dos Santos, ritenuto l'esecutore materiale dei delitti, è stato condannato a 40 anni, mentre Sirlene da Silva è stata condannata a 2 anni solo per i rapporti criminali con Antonio Nunes: secondo il giudice la donna sapeva del piano per uccidere i due ragazzi, ma non partecipò direttamente ai delitti.

Assolti invece, su richiesta del pm Moura Alexandro Magno, tre degli imputati: Sirleide da Silva (sorella di Sirlene), Ednelson Nunes da Rocha e Alexandre Ferreira Nunes, visto che non sono state raccolte prove sufficienti per arrivare a una loro condanna: dal Brasile arrivano però conferme che a breve saranno raccolte anche ulteriori prove che confermeranno il loro coinvolgimento.

Il processo ha chiarito che Nicholas Pignataro, che aveva da poco raggiunto il Brasile dove sognava di aprire un bar sulla spiaggia, si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato e tra l'altro accusato, con l'amico Pixote, di un debito che non aveva mai contratto. Nel tragico pomeriggio del 17 maggio di cinque anni fa Pixote venne inizialmente sequestrato nel bar di Sirlene da Silva, con la quale il giovane brasiliano aveva avuto, in passato, alcuni problemi. La donna aveva invece un debito pari a 670 euro nei confronti di Antonio Nunes, boss locale a capo di un'organizzazione criminale del posto.

Un'ora più tardi anche Niki entrò nel bar: Pixote si era vantato del fatto che il bergamasco, in passato, gli aveva prestato piccole somme di denaro. I presenti cercarono quindi di convincerli con la forza a consegnare dei soldi ma, visto il loro rifiuto, vennero accusati del furto del denaro a Sirlene la quale, per questo motivo, non avrebbe potuto restituire i soldi ad Antonio Nunes. Tutto ovviamente falso. Ma con questa scusa Sirlene consegnò, invece dei soldi, direttamente i due giovani al suo creditore, come dire: «Fanne quello che vuoi, è colpa loro». Anche i testimoni in aula hanno confermato al giudice l'estraneità di Niki e Pixote all'accusa di furto: «Tutti dicevano che non c'entravano niente». «La cosa che non capisco è come mai io non sia stato informato nemmeno dell'esistenza di questo processo», sottolinea Antonio Pignataro, papà di Niki. Proprio grazie alla sua cabarbietà e all'interessamento diretto, Pignataro riuscì a muovere mari e monti perché le autorità brasiliane facessero riesumare la salma di Niki, inizialmente sepolta in una fossa comune con Pixote, e facessero luce sull'omicidio.

Una battaglia nella quale Pignataro ha sempre avuto accanto l'allora console Massimiliano Lagi e ora culminata con le maxi condanne. Dopo la sentenza il pm ha chiesto e ottenuto dal giudice che l'esito del processo venisse riferito alle autorità diplomatiche italiane. Ma papà Pignataro l'ha saputo per caso, da una giornalista locale che l'ha chiamato chiedendogli come mai non fosse lì. «Dopo cinque anni di battaglie - sottolinea - non ho ricevuto una comunicazione sulla data del processo, né sull'esistenza di questo processo. Ora spero di ottenere una comunicazione ufficiale in merito e che, nel prossimo grado di giudizio, qualora ci fosse, spero di essere convocato. Tutti hanno fatto il loro dovere, ma non va dimenticato che io sono parte lesa di un processo penale».

Fabio Conti

a.ceresoli

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