Paolo VI, il papa della modernità
Domenica a Roma la beatificazione

Diventa beato il Papa che, completando il cammino del Concilio Vaticano II, aperto dal predecessore Giovanni XXIII, tentò di allineare la Chiesa alle esigenze del mondo moderno.

E che, quasi 50 anni fa, creò il Sinodo dei Vescovi, l’organo collegiale della Chiesa che proprio in questi giorni, per volontà di papa Francesco, si è misurato su un tema cruciale come le sfide pastorali della famiglia. Nella messa di chiusura del Sinodo, domenica 19 ottobre, Bergoglio ha voluto che fosse beatificato Paolo VI, «il primo Papa moderno» come lo hanno definito i biografi, quello che più di altri ha aperto le porte della Chiesa alle questioni poste dalla contemporaneità, in un mondo che proprio in quegli anni, tra i ’60 e i ’70 del secolo scorso, conosceva mille sommovimenti e si trasformava definitivamente nell’odierno «villaggio globale».

Domenica, come già avvenuto il 27 aprile scorso per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, la messa di beatificazione in Piazza San Pietro sarà concelebrata da due Papi, quello in carica Francesco e l’«emerito» Benedetto XVI. E anche questo è un altro segno dei tempi. Ma sarà soprattutto un ulteriore momento in cui, con Paolo VI, Bergoglio porta alla venerazione dei fedeli la figura di un pastore universale che ha dato lustro all’istituzione stessa del papato. Il bresciano Giovanni Battista Montini (Concesio, 1897) è stato il «primo» Pontefice in tante cose: il primo a viaggiare in aereo, volando per raggiungere terre lontane, tra cui l’India, l’Uganda, la Colombia, le Filippine, l’Australia; il primo, 50 anni fa, a visitare la Terra Santa, con lo storico abbraccio col patriarca ortodosso Atenagora, celebrato quest’anno negli stessi luoghi da Francesco e Bartolomeo; il primo a visitare i cinque continenti; il primo a parlare all’Onu, da dove lanciò il suo grido «non più la guerra». Il primo, in pieno 1968, a celebrare la messa della notte di Natale in un impianto industriale, nelle acciaierie dell’Italsider di Taranto, rilanciando così l’amicizia tra Chiesa e mondo del lavoro in tempi allora molto difficili.

Sempre in tema di impegno contro le guerre, è stato il padre delle Giornate Mondiali della Pace, che si celebrano all’inizio di ogni anno. Ed è stato colui che per primo ha spogliato il papato di segni esteriori di sovranità e di sfarzo, eliminando la «sedia gestatoria» o rinunciando alla tiara papale, da lui messa in vendita per aiutare i bisognosi. Gesti quanto mai in sintonia con l’attuale pontificato di Bergoglio, con il quale, comunque il legame è ancor più profondo, sancito dal fatto che papa Francesco ha nella Evangelii nuntiandi di Montini un vero testo di riferimento, di cui peraltro si ritrova l’afflato e lo spirito ispiratore nella Evangelii gaudium, il manifesto programmatico dell’attuale Pontefice.

Dopo il breve ma profetico pontificato di Roncalli, davanti a una realtà sociale che andava sempre più secolarizzandosi, Paolo VI mostrò con coerenza le vie della fede a un’umanità in trasformazione. Portò a compimento il Vaticano II con capacità di mediazione, garantendo la solidità dottrinale cattolica in un periodo di rivolgimenti ideologici e aprendo fortemente verso i temi del Terzo Mondo e, appunto, della pace. Da una parte appoggiò «l’aggiornamento» e la modernizzazione della Chiesa, ma dall’altra, come tenne a sottolineare il 29 giugno 1978 in un bilancio a pochi giorni dalla morte, la sua azione pontificale aveva tenuto come punti fermi la «tutela della fede» e la « difesa della vita umana». E qui ricorre la sua criticatissima bocciatura, con la Humanae vitae, della pillola contraccettiva.

Amico di intellettuali come il filosofo Jacques Maritain e il teologo laico Jean Guitton, in 15 anni di papato (1963-1978), lo perseguitò la fama di uomo indeciso, lacerato dai dubbi, dall’immagine esteriore ieratica e autorevole, ma triste e distaccata, non certo di grande impatto carismatico sulle masse popolari. Qualcuno lo soprannominò persino «Paolo mesto». E verso l’epilogo del suo percorso terreno incorse nella vicenda più tragica, il sequestro di Aldo Moro, cui lo legava un’antica conoscenza dagli anni giovanili della Fuci: 55 giorni di dolore e tensione, di speranze appese a un filo, che portarono il Papa all’appello agli «uomini delle Brigate Rosse» perché liberassero l’ostaggio «senza condizioni» (mentre comunque andava avanti una trattativa segreta vaticana per il possibile pagamento di un riscatto), risultato però vano. La morte di Moro, di cui Paolo VI celebrò un rito funebre in Laterano - fatto senza precedenti per un Papa -, portò a un deterioramento anche della sua salute: tre mesi dopo, il 6 agosto 1978, a 81 anni non ancora compiuti, Paolo VI si spense a Castel Gandolfo per un edema polmonare.

La beatificazione di Montini avviene dopo il riconoscimento del «miracolo», la guarigione ritenuta inspiegabile di un bimbo, avvenuta in California nel 2001, da gravi malformazioni nel grembo stesso della madre, che nello spirito della Humanae vitae aveva rifiutato l’aborto consigliato dai medici. E mentre si parla già di Paolo VI santo nel giugno 2015, anche con questo la Chiesa celebra la sua difesa della vita umana.

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