Una farmacista e 47 veterinari a giudizio
«Ricette fantasma». «No, un equivoco»

Una farmacista e 47 veterinari, tra cui il presidente dell’ordine di Bergamo Ezio Caccianiga, compariranno davanti al giudice per rispondere di falso ed esercizio abusivo della professione.

Una farmacista e 47 veterinari a giudizio «Ricette fantasma». «No, un equivoco»

La vicenda riguarda un centinaio di ricettari compilati e altrettanti in bianco sequestrati dai carabinieri del Nas di Brescia nella farmacia della dottoressa Elena Bianchi a Fornovo San Giovanni il 15 maggio 2009, sei anni fa. Il processo comincerà il 25 giugno - a tre anni di distanza dal momento in cui il pm Gianluigi Dettori spedì gli atti al tribunale - ed è quasi matematico che sfoci in una sentenza di assoluzione per intervenuta prescrizione.

I 47 medici, gran parte dei quali bergamaschi, sono finiti nei guai perché, secondo l’accusa, avrebbero messo a disposizione della farmacista i moduli per ottenere le ricette, con la dottoressa Bianchi che poi, senza averne titolo, avrebbe provveduto a compilarli: da qui l’esercizio abusivo della professione contestato alla farmacista, con il concorso dei veterinari perché questi ultimi avrebbero «fornito preventivamente i ricettari siglati con timbro professionale».

In pratica, stando all’ipotesi investigativa, alla dottoressa Bianchi le ricette sarebbero arrivate in bianco, munite del solo timbro (in alcuni casi abbinato alla firma del veterinario): a compilarle ci avrebbe pensato lei. Un centinaio i ricettari completi di prescrizione sequestrati nella farmacia di Fornovo. Alcuni, invece, presentavano solo il timbro del veterinario, mentre 104 erano intonsi. E sono i moduli muniti solo di sigillo del veterinario ad aver messo la pulce all’orecchio dei Nas: i quali sospettano che poi la firma del medico per animali, falsificandola, ce la mettesse direttamente la dottoressa Bianchi.

Secondo le difese si tratterebbe invece di un grosso equivoco. L’avvocato Paolo Casetta, che assiste Caccianiga e molti altri imputati, spiega che quelle «erano ricette per l’armadietto personale dei veterinari, e cioè per farmaci da tenere nel proprio studio e da fornire per l’inizio terapia; insomma, non prescritti appositamente per gli animali dei clienti».

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