Giovedì 26 Maggio 2011

«Le piccole imprese familiari
hanno salvato il Paese dalla crisi»

Le imprese familiari, principalmente di piccole e medie dimensioni, nel biennio di crisi profonda sono state il «baluardo» che ha salvato il Paese, «perché l'imprenditoria familiare ha una visione a lungo termine, è un investitore che ha davanti un sogno, un orizzonte molto lungo», come ha sottolineato Lucio Cassia, direttore del Center for young and family enterprise (Cyfe), il centro di ateneo dell'Università di Bergamo dedicato allo studio e al supporto della nuova impresa, durante il convegno annuale che in questa edizione 2011 era incentrato proprio sul tema «Imprese familiari: il futuro di un modello imprenditoriale di successo».

Partendo dal concetto che il tessuto industriale territoriale e nazionale è ormai inserito in un contesto globalizzato e in continuo mutamento, «è necessario che le Pmi pensino a come realizzare un processo di internazionalizzazione – ha proseguito Cassia –, consci che l'economia mondiale si sta muovendo in un mondo incognito, che non c'è mai stato. E questo spesso si incrocia con il passaggio generazionale in azienda, che vedo con ottimismo come un'opportunità, perché sono proprio i giovani a portare nell'impresa di famiglia nuove competenze e una visione più aperta».

C'è poi l'aspetto della responsabilità sociale, presente nel legame tra impresa familiare e territorio d'origine: ma come trasporre questo aspetto là dove l'impresa delocalizza in altri Paesi? «La responsabilità sociale è un fenomeno che in Italia deve crescere – ha detto Gianmaria Martini, direttore del dipartimento di Ingegneria gestionale –, anche se l'impresa familiare sente questa responsabilità sia verso i propri dipendenti, sia nei confronti del territorio dove opera e tende a restituire così ciò che ha ricevuto, anche se molto viene disperso, non tutelato e non valorizzato. Ecco perché dovrebbe svilupparsi l'idea di Fondazioni d'impresa, che dialoghi con l'esterno, ma che diffonda i valori dell'azienda anche all'interno dell'azienda stessa».

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a.ceresoli

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