«Apriamo le imprese ai giovani talenti»

D’accordo gli industriali Colaninno, Fumagalli e Santini: «Svecchiare le aziende di famiglia si può». Ma la verde età non basta: servono anche competenza tecnica, conoscenza del mondo e creatività

Come si ringiovanisce il sistema industriale italiano? Con i giovani, ovviamente. Ma non basta. Perché il dato anagrafico è sì un elemento importante, tuttavia non sufficiente per svecchiare le nostre imprese, talvolta un po’ arrugginite o con le arterie indurite. Occorre, infatti, mostrare - al di là dell’età - di non essere antiquati, di possedere conoscenze tecniche aggiornate, di avere intuizioni innovative, di essere al passo con i tempi, di avere una buona esperienza del mondo, di padroneggiare le lingue.

Ospiti dell’Osservatorio per la crisi e il risanamento d’impresa promosso dalla Scuola di management dell’Università di Bergamo, tre giovani imprenditori hanno fornito preziosi consigli agli studenti giunti in buon numero ad ascoltarli nella sede di via dei Caniana dell’ateneo orobico. Matteo Colaninno è l’attuale presidente nazionale dei giovani imprenditori di Confindustria, Aldo Fumagalli Romario lo è stato in passato, e Monica Santini è presidente dei giovani imprenditori di Confindustria Bergamo (è il nuovo nome dell’Unione industriali). Rispondendo alle sollecitazioni dei professori Alessandro Danovi e Giovanna Dossena, i tre giovani imprenditori (anche il quarantasettenne Fumagalli - così si è appreso - rientra, come i trentenni Colaninno e Santini, in questa categoria) hanno presentato la loro «ricetta».

Per Colaninno, il tradizionale modello capitalistico familiare italiano si può coniugare con il ringiovanimento, a patto però che le famiglie imprenditoriali sappiano coinvolgere nella gestione delle imprese figure estranee all’ambito familiare: «La differenza tra un’impresa che ha prospettive e una che non ne ha - ha detto - sta nel capitale umano. E all’immaginazione e all’inventiva dell’imprenditore va necessariamente associata la managerialità di giovani e capaci professionisti». Il binomio famiglia più manager, associato magari a una necessaria ambizione («bisogna pensare in grande») e a una maggiore crescita dimensionale delle stesse imprese, può davvero portare a quel successo che invece è mancato a quelle aziende - magari anche multinazionali - che sono rimaste arroccate su posizioni di difesa.

Monica Santini ha messo in guardia da un errore nel quale può talvolta cadere l’impresa familiare italiana: il rischio cioè di «considerare l’azienda come un’estensione della propria famiglia». Occorre invece spalancare le porte delle aziende ai talenti esterni e sapere valorizzare i migliori elementi in base a un principio di meritocrazia che può solo fare del bene all’impresa. Servono però alcune qualità: dedizione e caparbietà (caratteristiche abbastanza diffuse nella nostra provincia) ma anche creatività, duttilità, capacità di comunicare (doti invece meno reperibili sul mercato locale).

Secondo Fumagalli, il processo di ringiovanimento delle aziende non va improvvisato ma pianificato e deve basarsi su un apporto delle giovani leve: «I giovani - ha spiegato - devono essere coinvolti nelle aziende italiane. L’80 per cento delle imprese italiane è a carattere familiare ma questo non impedisce alle stesse imprese di aprirsi ai giovani manager, all’innovazione e all’internazionalizzazione». Purché questi - è fondamentale - mostrino flessibilità, apertura mentale, curiosità, creatività, conoscenza delle lingue. Gli stessi imprenditori, però, - secondo Fumagalli - devono saper valorizzare i nuovi talenti: «Una struttura gerarchica nelle aziende è necessaria - ha detto - ma questa non deve creare discriminazioni bensì coinvolgere tutti gli elementi di un’azienda, dal manager al turnista. Ad ognuno deve essere offerto un grado di responsabilità, di autonomia, di riconoscimento e di gratificazione. Solo valorizzando tutti i soggetti, si riesce a fare emergere una mentalità di impresa e uno spirito di squadra che può solo avvantaggiare l’azienda. Il capo deve saper stimolare e dare spazio a tutti i suoi collaboratori per arricchire l’impresa. Cosa non sempre facile perché talvolta il capo può fare ombra a qualche suo collaboratore e dire: "Ho fatto terra bruciata, brillo solo io"». Niente di più sbagliato, ha ammonito Fumagalli.

(17/01/2006)

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