Banca d’Italia  Appello ai politici

Banca d’Italia
Appello ai politici

Perché le considerazioni finali della relazione del governatore della Banca d’Italia sono ancora un evento importante, nonostante parlino di cose di cinque mesi fa, che nell’era dell’informazione via Internet sono un’eternità? Forse da noi non c’è qualcosa come il discorso sullo stato dell’Unione degli americani e ci dobbiamo accontentare degli auguri del Presidente della Repubblica a Capodanno (a reti rigorosamente unificate, si usava dire). E allora l’unico momento in cui si fa il punto della situazione economica del Paese, o almeno quello saliente, è il 31 maggio con l’esposizione di una ventina di pagine a corredo della ben più ponderosa relazione annuale della Banca d’Italia.

Certamente ha contribuito a consolidare la tradizione di rilevanza lo spessore dei personaggi che si sono avvicendati dietro il podio di Palazzo Kock, a partire da Menichella, Einaudi, Carli, Baffi, Ciampi eccetera. Le considerazioni finali hanno sempre avuto un ampio respiro politico oltre che strettamente bancario ed facile immaginare perché abbiano una tale valenza soprattutto oggi che il tema delle banche è diventato esso stesso politico. Perciò cominceremo proprio da qui a commentare i principali messaggi della relazione di ieri.

Visco ha pronunciato un’autodifesa della Banca centrale nella sua funzione di vigilanza. L’ha solo accennata per dire che le critiche che ha ricevuto sulla gestione delle crisi nel sistema bancario erano spesso frutto di disinformazione e, questo non lo ha detto, di malafede. Poi ha dovuto fermarsi lì, ed è stato un peccato, perché sarebbe utile avere un’interpretazione autentica della strategia della vigilanza in questi anni difficili. La sua azione è stata guidata da un’idea molto lucida ma non esplicitata, che ovviamente può essere discussa e che potrebbe non essere stata la migliore. Ma sicuramente non è stata neppure la peggiore: pensate cosa sarebbe successo se nel 2008 si fosse adottata la linea dura con Mps. Oggi staremmo raccontando una storia molto diversa, e secondo me molto peggiore. Ma Visco, rivendicando la propria autonomia e assumendosi tutta la responsabilità della funzione di vigilanza, ha implicitamente scagionato la politica dalla vicenda nel suo complesso. Il che non esclude ovviamente che alcuni singoli politici possano aver avuto colpe individuali.

Un altro tema di alto tasso politico toccato da Visco è il rapporto con l’Europa. Non aspettatevi un attacco in stile salviniano né grillino, ché la Banca d’Italia è un pezzo dell’Eurosistema, cioè della costellazione di banche centrali nazionali che formano la Bce, e soprattutto perché il governatore è un europeista intimamente convinto. Infatti ha definito illusorie le tentazioni di risolvere i nostri problemi con l’uscita dall’Euro, cosa che genererebbe danni strutturali molto più gravi dei presunti benefici. Però ha denunciato che ci sono troppe lentezze e molte carenze nel coordinamento dei soggetti europei deputati alla gestione delle crisi bancarie e da questo scaturiscono problemi molto seri per la soluzione dei casi concreti. Ha auspicato una semplificazione dei processi e una revisione del meccanismo di coinvolgimento dei privati, il cosiddetto bail-in. Non ha invece criticato né la politica monetaria, che prevede rimarrà fortemente espansiva a lungo, né la politica di bilancio che impone un rigido corsetto alle nostre finanze pubbliche. Anzi, ha dimostrato, conti alla mano, che con le attuali prospettive di tassi (bassi), inflazione (moderata) e crescita (modestissima) il rapporto fra debito e prodotto interno lordo impiegherebbe dieci anni per tornare sotto la soglia del 100 per cento Un tempo troppo lungo, quasi intollerabile, che impone una correzione nell’ordine di 50 miliardi in alcuni anni. Questo è il messaggio inviato alla politica, insieme al richiamo dell’importanza della stabilità e della continuità dell’azione di governo.

Anche se il governatore della Banca d’Italia è il massimo sacerdote della banca e della finanza, non dimentica che la finanza stessa è un mezzo e non un fine. È uno strumento che deve essere al servizio dell’economia reale, della produzione dei beni e servizi che soddisfano i nostri bisogni. L’attenzione all’economia reale rimanda a sua volta alla difficile situazione occupazionale, che diventa addirittura drammatica quando pensiamo a certe aree del Paese o a certe fasce di età. Visco sollecita la politica e gli imprenditori a porre in essere tutte le riforme e gli investimenti che consentano di cogliere le opportunità offerte dall’innovazione per ampliare la partecipazione attiva al lavoro e non, come qualcuno scioccamente teme, ad escludere i lavoratori.

Già tanti governatori prima di lui hanno rivolto queste esortazioni ai responsabili della cosa pubblica: risanare i conti, riformare la pubblica amministrazione e la giustizia, investire per una crescita equa e sostenibile, operare per riassorbire la disoccupazione. Senza fortuna. Il sapore di deja vu deprime la speranza che siano accolte.

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