Dall’Ilva alla Rai
Governo al bivio

Le giornate politiche di questa estate si stanno convulsamente concentrando sui temi centrali dell’alleanza giallo verde: da una parte non smette di suscitare polemiche la politica sull’immigrazione; dall’altra si discute di economia e nomine. Sul tappeto ci sono le grandi opere e l’Ilva, ma anche i vertici di Ferrovie e di Rai. L’accordo tra alleati non sempre è facile da raggiungere e il cantiere non conosce sosta. A cominciare dall’Ilva: è il dossier sul tavolo di Luigi Di Maio che si trova stretto tra le originarie posizioni grilline che puntavano alla chiusura dell’impianto, e le pressioni della Lega e delle forze economico-sociali che chiedono sì tutela ambientale ma anche difesa dell’occupazione. Per dimostrare di aver preso saldamente la cloche del ministero, Di Maio ieri ha prima convocato una riunione-monstre con tutti gli interessati (talmente numerosi che, per protesta, Comune e Provincia di Taranto hanno disertato la riunione) dall’altra ha insistito sulla presunta irregolarità della gara a suo tempo vinta da Achelor-Mittal le cui proposte aggiuntive presentate al governo non sono apparse sufficienti al titolare del Mise.

Si protrae così l’incertezza e si intravede addirittura una coda giudiziaria della vicenda: serve ancora un mese per avere la risposta sulla gara ma Di Maio ha già minacciato di portare le carte in procura se dovesse verificare «che qualcosa non va». La polemica col suo predecessore Calenda, che ha gestito tutta la fase della gara, e con i governi di centrosinistra è talmente evidente da far pensare che Di Maio in realtà stia prendendo tempo per evitare di rimanere incastrato in una decisione che potrebbe alienargli o i voti degli operai di Taranto e delle loro famiglie o quelli dei militanti grillini e ambientalisti. È la ragione per cui le opposizioni, gli imprenditori e parte delle istituzioni regionali lanciano allarmi sempre più vibrati sui rischi che sta correndo la più grande acciaieria d’Europa le cui disponibilità di cassa sono, come tutti sanno, assai limitate.

In fondo le contraddizioni in cui Di Maio sta trovando con l’Ilva il Movimento Cinque Stelle le riscontra anche sulle grandi opere, quelle che la base vorrebbe fermare (Tav, Tap) e che per la Lega invece «devono andare avanti», sia pure dopo una ridiscussione sui costi e benefici. Non resta che aspettare che giunga a maturazione il dossier Alitalia per avere un quadro della capacità del governo di impostare una politica industriale.

Fronte nomine. Mentre il ministro Toninelli ha risolto in breve tempo il rinnovo del vertice delle Ferrovie, decapitato e sostituito nel giro di pochissimi giorni (ieri sono stati indicati il presidente e l’amministratore delegato della nuova fase, e sono entrambi top manager interni), molto più complicata è la partita Rai.

Qui la questione riguarda il presidente designato, il giornalista Marcello Foa, che non riesce a mettere insieme i voti sufficienti per avere il via libera definitivo alla sua nomina da parte della Commissione parlamentare di vigilanza. I sì sono di M5S, Lega e FdI ma non bastano a raggiungere la quota dei due terzi. Servirebbe il consenso dei commissari di Forza Italia che però non arriverà: il partito di Berlusconi rifiuta metodo e merito della scelta e chiede di azzerare tutto per arrivare ad una figura davvero di garanzia come prescrive la legge.

Se Foa fosse bocciato in Commissione, il governo subirebbe la sua prima clamorosa sconfitta parlamentare ma il centrodestra dovrebbe dichiarare di non esistere più come coalizione. Del resto, rompere sulle Tv non è come rompere su qualunque altro tema.

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