Doccia gelata
sulla ripresa

È ancora lenta e faticosa l’uscita della nostra economia dalla crisi. I pessimi dati forniti dall’Istat sul fatturato e gli ordinativi industriali a marzo non sono una inversione di tendenza della ripresa ma piuttosto un freno a facili entusiasmi e un monito di fronte al riapparire di quell’eterno spirito da cicale che spesso ci viene contestato.

Proprio all’indomani dalla promozione del Fondo monetario internazionale che ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita per la nostra economia nel 2016 (un +1,1% comunque modesto ed ottimistico) è arrivata la doccia gelata dell’Istat. Nelle settimane scorse si erano sciolti peana sul fatto che la ripresa era favorita dal traino dei consumi interni, seppure frenati da una debole, se non negativa, domanda estera: i dati di marzo ci hanno riportati con i piedi per terra segnalando che è stata proprio la domanda interna il tallone d’Achille del fatturato mentre solo gli ordini hanno confermato le previsioni ultime di un mercato estero nettamente più indietro di quello interno. C’è da dire che il dato di ieri ha avuto se non altro il merito di segnalare che bisogna abbandonare subito il clima da campagna elettorale permanente che aveva prevalso anche sulle questioni economiche negli ultimi tempi. Non ci sono facili entusiasmi da assecondare o critiche maldestre da sbandierare, ma tutti – maggioranza ed opposizione – sono chiamati a rimboccarsi le maniche per individuare soluzioni che facciano proseguire sulla strada delle riforme strutturali. Questo sforzo ci è stato riconosciuto anche dalle solitamente rigide istituzioni europee e non va abbandonato ma fortificato. Da questo punto di vista il dibattito su nuovi correttivi al nostro sistema pensionistico pare appartenere più al confronto politico tout-court che a quello sulle riforme economiche.

Vediamo di chiarire. Il governo Renzi si è trovato scoperto sul lato sinistro, soprattutto dopo le sortite nel dibattito interno al Pd sulle riforme istituzionali e sulle aperture a Denis Verdini per rafforzare una maggioranza che rimane sempre debole al Senato. L’apertura di credito da parte del presidente del Consiglio ad una riforma del sistema pensionistico da concertare con le parti sociali, cioè soprattutto con il sindacato, ha raggiunto lo scopo di ammorbidire il dialogo con le rappresentanze confederali dei lavoratori, soprattutto con la Cgil (e i suoi sostenitori nella sinistra del Pd) con la quale Renzi ha avuto da sempre più di un motivo di polemica. In realtà il sistema pensionistico non ha bisogno di riforme strutturali: vanno semmai individuate flessibilità per allentare quelle rigidità che la riforma Fornero, effettuata nei giorni bui della crisi con lo scopo di tamponare una situazione disastrosa, aveva inserito in uscita. Questo è quanto. Si parla poi di bonus per le pensioni minime, cioè di una misura di politica sociale, non studiata per ripresa e sviluppo. Gli stessi effetti sull’occupazione dati dalla flessibilità in uscita non sono né certi né rilevanti. Discorso diverso quello introdotto ieri in aula alla Camera dal ministro Poletti sul cuneo fiscale sul lavoro. Rendere permanenti le agevolazioni fiscali sui nuovi assunti sarebbe una di quelle misure per favorire ripresa e crescita del Pil. In questi mesi estivi si dovrà dunque saper distinguere i vari temi del dibattito politico sui quali faranno da volano i risultati delle amministrative di giugno e l’autunnale referendum sulle riforme istituzionali da una parte e il dibattito sulle misure da mettere in campo per rafforzare e rendere certa la ripresa e l’uscita dalla crisi dall’altra. Il governo in particolare dovrà saper mantenere la mente sufficientemente fredda per proseguire sulla strada delle riforme economiche.

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