I fondi europei
Spendiamo il 3%

I fondi europei destinati all’Italia per il periodo 2014-2020 ammontano a quasi 43 miliardi di euro. Se si aggiungono le risorse del co-finanziamento statale, si arriva a 73 miliardi di fondi per lo sviluppo in sette anni. In media circa 10 miliardi all’anno. Il nuovo governo ritiene di dover spendere in investimenti pubblici 50 miliardi per rilanciare la domanda interna. È il piano A di Paolo Savona. Riuscire ad impiegare però già solo un quinto senza dover gravare sul bilancio dello Stato, sarebbe un bel passo avanti. Tutte le proteste contro Bruxelles nascono in ultima analisi dai vincoli cui è esposta l’Italia in ragione della sua posizione debitoria.

Un rilancio degli investimenti è certamente necessario ma è pur vero che l´Italia è il secondo beneficiario dei fondi strutturali europei e sembra che nessuno se ne accorga. Il motivo è semplice: i finanziamenti ci sono, ma poi bisogna attivarli. Ed è qui che il Paese mostra tutti i suoi limiti. Nei primi 36 mesi del piano settennale in scadenza fra due anni dei fondi stanziati dalla Unione Europea l’amministrazione pubblica italiana ha speso solo il 3%. Per il Fondo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr) e il Fondo sociale Ue (Fse) l’Italia è primo beneficiario in Ue , ma nelle assegnazioni del Feasr, 34% su 21 miliardi, risulta 22ª su 28 e per il Fse 25ª, 33% su 17,7 miliardi . I dati fanno riferimento alla prima relazione della Commissione Ue per il 2017 sull’uso dei cinque fondi strutturali europei, Fondo agricolo per lo sviluppo rurale, per la coesione, per lo sviluppo regionale, per la pesca e fondo sociale. Giustamente si fa notare che le procedure burocratiche sono gravose, assillanti nei minimi particolari, difficili da gestire senza un personale dedicato che a sua volta ha bisogno di continui aggiornamenti perché la materia è complessa. Il tutto sembra fatto apposta per scoraggiare e disincentivare anziché spingere ad un maggiore utilizzo.

Tutti validi motivi anche se poi si viene a sapere che in barba alle lungaggini burocratiche speculatori hanno fatto figurare di avere sedi fittizie al Sud per poter usufruire dei fondi salvo poi chiudere gli sportelli una volta ricevuti i finanziamenti. Il Nucleo speciale spesa pubblica e repressione frodi comunitarie della Guardia di finanza ha registrato sprechi e irregolarità per 578 milioni di euro. Soldi che il ministero dovrà recuperare, per evitare di dover rimborsare la Ue con fondi pubblici. Dal che nasce il sospetto che sembra più motivante truffare che amministrare. Paesi come Ungheria e Polonia sono entrati nell’Unione Europea per uscire dalla miseria endemica alla quale il regime comunista sembrava averli condannati. Il bisogno è la prima motivazione. Prima della classe nell’Ue per utilizzo funzionale dei fondi strutturali è l’Ungheria del premier euroscettico Viktor Orban con il 94%. L’Irlanda ha il 79%. La Polonia resta maggiore beneficiario dei fondi Ue con 105 miliardi in 7 anni, con il 55% nell’assegnazione delle risorse. Eppure le procedure sono le stesse. Quindi sorge il dubbio che il vero problema sia la capacità gestionale, l’effettiva volontà di dar corso a progetti che abbiano respiro, che vanno al di là dell’interesse localistico. L’unico progetto che ha suscitato interesse sono i corsi di formazione . Secondo uno studio su lavoce.info a cura di Roberto Perotti , nel 2007-2012 sono stati finanziati circa 500 mila progetti di formazione per 7,5 miliardi. A parte gli scandali che nel tempo si sono succeduti a tutt’oggi non esiste una valutazione delle tipologie dei progetti. Per cui non si sa quale modello risulti migliore ai fini del risultato finale. Un problema strategico per il Paese a fronte di una disoccupazione all’11%. La necessità di riqualificare il personale è primaria per le aziende che ancor oggi hanno problemi a reperire sul mercato addetti qualificati per operare con le nuove tecnologie.

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