Le nascite al minimo
Le risposte possibili

Nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia: 458.151 bambini. È il dato reso noto ieri dall’Istat e relativo al 2017. Rispetto all’anno precedente le nascite sono calate del 3,2 per cento. Rispetto a nove anni fa abbiamo visto nascere ben 120 mila bambini in meno. Quest’anno per la prima volta anche gli stranieri vedono calare il numero delle nascite, anche se il loro contributo resta molto importante: garantiscono il 14,8% di nuove vite, pur rappresentando l’8,5% della popolazione residente. Siamo di fronte a quello che ha le stesse conseguenze dal punto di vista numerico di un bollettino di guerra, ma che viene letto supinamente, senza nessuna coscienza delle conseguenze che questo trend può avere per il futuro.

Le nascite al minimo Le risposte possibili

Come l’Istat sottolinea c’è anche da fare i conti con una situazione che si fa sempre più strutturale, con una progressiva riduzione delle potenziali madri dovuta, da un lato, all’uscita dall’età riproduttiva delle generazioni molto numerose nate all’epoca del baby-boom. Per contro assistiamo all’ingresso di contingenti sempre meno numerosi di donne in età feconda, a causa della prolungata diminuzione delle nascite, già a partire dalla metà degli anni ’70. Ieri il Forum delle associazioni famigliari, per bocca del suo presidente Gigi De Palo ha giustamente richiamato tutti, in modo deciso, a prendere iniziativa su una questione che mette a repentaglio il futuro del nostro Paese: «Occorre che tutta la politica si unisca alla società civile, alle imprese, alle banche, ai media. Ma per risolvere la situazione, bisogna fare in fretta, subito. Urge una riforma fiscale seria che metta le famiglie al centro e un piano Marshall per la natalità». È un richiamo alle forze che hanno da poche settimane preso le redini del Paese a rispettare ciò che hanno incluso nel loro famoso contratto dove è stata inserita una voce proprio relativa alla priorità di «famiglie e natalità». Giustamente si è tenuto unito il nesso «famiglia-natalità» perché è lavorando su quel nesso che si giocano le possibilità di fermare questa emorragia demografica. Sappiamo da tutte le ricerche che ad essere diminuito non è il «desiderio» di aver un figlio. Sono invece drammaticamente diminuite le condizioni minime che permettono di fare un figlio. Solo l’1,8% delle donne in età tra 18 a 49 anni che non hanno bambini ha dichiarato di non avere come progetto di vita l’avere un figlio. In pratica nessuna. Il che vuol dire che ci sono pesanti ostacoli che impediscono di trasformare il desiderio di avere figli in realtà. Ed è su questo ostacoli che si deve agire. Se l’11% del totale delle donne nate nel 1950 non ha avuto figli, la percentuale sale al 13 in quelle nate nel 1960 e tocca addirittura il 21 tra le nate del 1976.

Puntare sul nesso «famiglia-natalità» significa ad esempio mettere in grado i giovani di arrivare prima ad un’autonomia di vita e a fare famiglia. Invece lo sbilanciamento delle garanzie generazionali che contrassegna la nostra struttura sociale, fa sì che i ragazzi entrino nel mercato del lavoro tardi, escano dalla famiglia tardi, rimandino la scelta di fare un figlio quando sono a ridosso di un’età in cui riuscirci diventa molto faticoso.

C’è poi anche una questione femminile da affrontare in modo costruttivo e moderno. C’è stata una stagione in cui la natalità era più alta laddove i tassi di occupazione femminile erano bassi: la donna si dedicava ai figli. Oggi i numeri dicono che sta accadendo il contrario e che i tassi di natalità crescono (o calano meno) laddove le donne hanno più facilità a trovare lavoro. Il motivo è semplice: una famiglia oggi ha bisogno di più fonti di reddito, e dove questo è più sicuro più si registra la propensione delle famiglie a mettere al mondo un figlio. Sostenere la famiglia e quindi la natalità significa tenere presente tutti questi parametri e decidere di conseguenza.

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