Libertà e morale al tempo di Internet

Libertà e morale
al tempo di Internet

L’America e il mondo hanno seguito distrattamente la caccia a Steve Stephens, 37 anni, assistente sociale di un centro per bambini appartenenti a famiglie disagiate di Cleveland, nell’Ohio, trasformatosi in assassino e poi suicida dopo un inseguimento con la polizia. Quel che c’era di interessante è già accaduto. La morte era già entrata in scena con il suo banale spettacolino per la curiosità morbosa dei suoi voyeurs. L’uomo era «sbroccato» dopo che era stato mollato dalla fidanzata e ha ucciso un anziano incontrato a caso, padre di nove figli e nonno di 14 nipoti, colpevole solo di passeggiare da quelle parti nel momento sbagliato.

Prima di essere intercettato aveva postato su Facebook il video del delitto e altre telefonate fatte in auto mentre si allontanava: «Non posso parlarti molto adesso, ma ho combinato un guaio. Sono arrivato al limite, e sono scattato. Avevo troppa rabbia e frustrazione ...».

Quei video sono stati ritirati solo tre ore dopo, quando la pagina di Stephens è stata chiusa dalla polizia. Il social media ha definito l’assassinio dell’anziano passante «un crimine orribile» (sarebbe stato sorprendente il contrario) e ha assicurato che «questo tipo di contenuti non sono tollerati su Facebook». Purtroppo in Internet tre ore sono una durata di tempo più che sufficiente a far scaricare quei video-deliri da mezzo pianeta.

Per l’ennesima volta si ripresenta il tema della violenza esibita in Rete senza filtri né censure di alcun tipo, ad appannaggio di uomini, donne, anziani, bambini e gente di qualunque condizione fisica e mentale: psicopatici alla ricerca di un consimile più coraggioso di loro, stupratori smaniosi di trovare un precedente per farsi coraggio, aspiranti suicidi e quant’altro. Tutto, nella mucillagine internettiana, si mostra e si confonde senza più limiti tra fantasia e realtà. Il problema è che i social sono organismi tentacolari senza confini di spazio e di tempo con miliardi di utenti. E dunque si pone il problema di come può la cabina di regia di simili colossi della comunicazione arrogarsi il diritto esclusivo di decidere cosa postare e cosa non postare in Rete, quasi fosse una Corte Suprema del cyberspazio.

«Diamo priorità alle segnalazioni con serie implicazioni di sicurezza per la nostra comunità e stiamo lavorando per rendere questo processo di revisione ancora più veloce», ha dichiarato Justin Osofsky, vicepresidente di Facebook per le operazioni globali. Ma la politica del social network è quella di non rimuovere i contenuti degli utenti quando il valore del discorso pubblico supera il disagio. Ma chi lo decide tale valore? Lorsignori della Rete.

Nel 2014 Facebook ha rifiutato di rimuovere le immagini di autolesionismo di un marine degli Stati Uniti, nonostante le suppliche della sua famiglia, poiché la vittima condivideva il suo autolesionismo. E in altri tempi il social network fondato da Mark Zuckerberg ha sostenuto che lasciare online contenuti inquietanti non va in conflitto con le sue linee guida e potrebbe contribuire ad aumentare la consapevolezza sui problemi importanti. Punto di vista tutt’altro che acclarato. Molti esperti, al contrario, sostengono studi alla mano che le famiglie delle vittime e le comunità direttamente interessate guardando i video potrebbero avere un trauma secondario, vivere insomma un secondo lutto.

Internet e i social network non conoscono la successione temporale diacronica: i post, le notizie e i video vengono riproposti di continuo, si diffondono come onde d’urto capaci di distorcere la realtà e influire sull’immaginario collettivo. Ecco perché l’etica e la morale di una pubblicazione non la può fare sempre Mark Zuckerberg, bensì la collettività, ovvero le leggi dello Stato. A meno che non vogliamo consegnare la Rete al potere di qualunque psicopatico in cerca di cinque minuti di popolarità.


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