Non serve l’odio
ma l’Europa più unita

«Siamo in guerra»: questo il succo dei titoli e dei commenti della stampa e delle trasmissioni televisive e radiofoniche. Altrettanto nelle discussioni tra le persone. Un prevedibile soprassalto di ansie, di angosce, di preoccupazioni è emerso dopo la strage di Bruxelles, seguita di pochi mesi a quella di Parigi. Nessun dubbio sul fatto che i terroristi abbiano tracciato con il sangue lo scenario di una «violenza cieca» che colpisce persone inermi. Di fronte a tale barbarie fatalmente si fa strada la logica dell’odio, della contrapposizione: di religioni, di culture, di popoli.

Proprio da tali prese di posizione occorre prendere le distanze, contrapponendosi senza cedimenti agli strateghi del terrore senza scendere sul loro stesso terreno. In ciò sta la forza delle democrazie e delle società libere. Nella loro fragilità apparente è ben radicata la sostanza del rispetto della vita e della dignità umana.

Dentro questa traccia civile occorre, peraltro, trovare le strade per limitare i danni degli attacchi al nostro vivere quotidiano. È ragionevole sostenere (come è stato detto ripetutamente dopo la strage di martedì) che vi siano state delle falle nella capacità di prevenzione da parte della polizia belga. Anzi, sembra che si siano rivelati assai carenti i raccordi tra le varie strutture di intelligence dei paesi dell’Unione europea. Ci si è trovati come davanti a una fotografia strappata: ciascuna polizia ne aveva tra le mani un pezzettino, ma nessuno poteva vedere l’immagine nella sua interezza per capirne il significato. Circostanza effettivamente assai grave e preoccupante, se commisurata alla pericolosità del fenomeno jihadista e alla proclamata volontà dei governi di agire solidalmente contro la minaccia terroristica. Molte voci si sono levate per chiedere un coordinamento più efficace tra le forze di polizia degli Stati europei e un potenziamento delle attività di intelligence. Lo ha detto con efficacia lo stesso Renzi. Si tratta di un passo da compiere. E nel tempo più breve possibile, senza nemmeno star più a domandarsi perché non si sia fatto prima. Ma non è plausibile pensare che ciò possa bastare. Così come non è pensabile che basti una più stretta intesa tra gli Stati sulle strategie di contrasto del terrorismo jihadista.

La guerra con la jihad è esplosa in tempi relativamente recenti; negli anni precedenti si erano dovuti fronteggiare gli sciacalli di Al Qaeda. Ma lo scenario di guerra non dichiarata, ma combattuta con perdite umane gravissime, va avanti ininterrottamente da almeno quindici anni in uno scacchiere di vaste dimensioni geografiche e di molteplici realtà socio-politiche. Si tratta di un fattore che non può essere sottovalutato. A ciò va aggiunta la marginalizzazione e l’isolamento crescente di persone di religione islamica (in larghissima parte giovani) che, nate e cresciute in paesi europei, sono rimaste ai margini della vita civile ed economica. Su questo delicato terreno poco hanno fatto i governi di Stati nei quali l’insofferenza contro le diseguaglianze e le ingiustizie sociali è da tempo crescente.

Per affrontare problemi di così immane portata serve, in primo luogo, tempo. Ma serve anche un cambio di rotta dell’Europa. In particolare con riferimento alle sovranità nazionali. Per allestire strategie di prevenzione e contrasto del terrorismo occorre una politica unica di sicurezza. Lo stesso dovrà essere fatto per immaginare politiche di inclusione sociale, di welfare sostenibile, di integrazione culturale. Tutto ciò non si fa e non potrà farsi mai, se l’Europa non compie il passo verso una integrazione vera. Verso un modello effettivamente federale.

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