Politica che divide e preghiera in crisi

Politica che divide
e preghiera in crisi

Nella mia parrocchia, alcune settimane fa si è pregato per il Presidente della Repubblica. La preghiera diceva: «Per il Presidente della Repubblica, garante dei valori di democrazia e di giustizia e simbolo dell’unità nazionale in questo periodo di inquietudini sociali e politiche, Signore noi ti preghiamo». La cosa è stata mediamente apprezzata. Ma cosa si sarebbe detto se, poniamo, la preghiera fosse stata così: «Preghiamo per i candidati alle elezioni, perché il Signore li sostenga e li protegga»? Notare: non avremmo pregato, ovviamente, per dei precisi candidati e meno che meno per un partito. Ci mancherebbe.

Avremmo pregato, genericamente, per i candidati, senza distinzione, in regime di rigorosa par condicio. Ma sono quasi sicuro che, anche con quei precisi paletti, ci sarebbe stata una violenta levata di scudi. È difficile pregare per i politici, infatti, per tutti i politici, di qualsiasi partito, di qualunque indirizzo politico.

Eppure la cosa, pur scontata, non cessa di essere strana. In effetti, nessuno mi può impedire di pregare privatamente e chiedere al Padre eterno che il tal candidato sia eletto. Magari lo conosco e lo apprezzo. Lo ritengo meglio di altri e proprio per questo desidererei che diventasse onorevole o che andasse ad amministrare la Regione. Se un evento lo ritengo buono per me e per la comunità politica nella quale vivo, per quale ragione non dovrei anche pregare perché quell’evento si realizzi? Ma, appunto, lo posso fare solo privatamente. Così l’evento pubblico per eccellenza, quando «entra in chiesa», deve restare privato.

Le ragioni per una situazione simile si sprecano. La politica, quella dei partiti e dei programmi elettorali, che è divisiva e che si fonda sullo scontro reciproco, non può essere presa dalla preghiera di una intera comunità cristiana. La preghiera diventerebbe politica e dividerebbe l’assemblea cristiana, che diventerebbe in quel modo l’assemblea di una parte e non di tutti.

Solo che questo dato, ovvio: evitare di far diventare la preghiera uno strumento di pressione politica, ha portato a espellere la politica, tutta la politica, dalla preghiera. Non si prega mai o quasi mai per il Presidente della Repubblica, per il Presidente del Consiglio, per il governo, per il Parlamento, per il sistema giudiziario… Cioè per tutte quelle istituzioni che, per loro natura, sono al servizio di tutti i cittadini e non di qualcuno soltanto.

Il che la dice lunga sulla crisi della politica e della società in genere. Anche le istituzioni di tutti sono avvertite come espressione di una parte. Così la società divisa non può diventare oggetto di una preghiera che, di sua natura, deve unire. E si decide di non pregare. La politica, in crisi, mette in crisi la preghiera.

Da parte loro, i cattolici hanno avvertito acutamente la crisi della politica e per evitare la crisi hanno deciso di evitare la politica. È noto ormai. Anche i cattolici condividono il «disagio» generalizzato per la politica e usano la loro stessa fede per rendere ancora più acuto quel disagio. Si rifugiano nella contestazione della politica o nell’astensionismo, come tutti. La fede sembra incapace di portare qualcosa di originale nella crisi generalizzata. Anzi. Proprio perché la fede è nostalgia di un mondo diverso, pacificato, riconciliato, il cristiano si sente autorizzato a condannare questo mondo in nome di quel mondo «diverso» che la fede gli fa intravedere.

L’astensionismo previsto per le prossime elezioni politiche è diventato, in tal modo, dentro la Chiesa, l’astensionismo dalla preghiera per la politica e per i politici. Si potrebbe dire che esiste un grillismo ecclesiale e perfino liturgico che si aggiunge a quello politico e ne è, almeno in parte, la conseguenza.

Una rinascita di passione politica resta merce rara nella Chiesa di oggi. E questa è una perdita per tutti, per la società, certamente, che perde la freschezza del «popolo delle beatitudini», ma anche per la Chiesa che rischia di rinchiudersi nelle sue sagrestie.

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