Questa Italia spaccata dalla neve

Questa Italia
spaccata dalla neve

Lunedì 26 febbraio mi sono svegliato a Roma sotto un cielo di neve, ampiamente anticipata la sera prima, come nel «Giudizio universale» di Vittorio De Sica. Che sarebbe stata una giornata storta l’ho capito dalla scomparsa del taxi che avevo prenotato per andare alla stazione Termini. Ho trascinato il trolley nella poltiglia di una neve che aveva funzionato da cipria della «Grande Bellezza» ma che a Bergamo sarebbe stata liquidata come un puro fastidio facilmente superabile, non più di dieci centimetri. E invece la Capitale si è bloccata come se ci fosse stata una tormenta antartica: scuole chiuse, nessun mezzo di superficie (i bus romani non dispongono di catene, eppure il clima è ormai cambiato da decenni e ha già nevicato in altre occasioni), niente taxi, pochissimi vigili, mezzi di soccorso in affanno.

Alla stazione Termini il panorama era surreale: migliaia di passeggeri infreddoliti alle biglietterie per chiedere spiegazioni e un display che annunciava ritardi oltre i 300 minuti per ciascun treno. Anche negli aeroporti ci sono stati voli cancellati. Per partire con Italo si doveva raggiungere la stazione Tiburtina via metropolitana, per fortuna funzionante. Il mio treno ha accumulato sette ore di ritardo: giunto alla Centrale di Milano, veniva voglia di inginocchiarsi e baciare la banchina alla maniera di Giovanni Paolo II.

Si dirà che Roma è una città levantina, poco avvezza alla neve, ma che pochi centimetri possano giustificare un caos del genere in una città europea è assolutamente ingiustificato e dà tutta la misura morale in cui sta sprofondando questo Paese, dove l’inefficienza sale da Sud a Nord come una cancrena, anziché venire sanata dalle sue endemiche disfunzioni. «Capitale corrotta nazione infetta» scriveva Arrigo De Benedetti , ora si potrebbe dire Capitale innevata nazione sprofondata nel caos (tutti i disagi si sono estesi per effetto domino nelle varie stazioni della rete ferroviaria italiana, intasata da due o tre treni che hanno ceduto).

Pare che il disastro della linea più importante del Paese, quella che collega il Sud al Nord, pomposamente definito «la metropolitana d’Italia», la rete su cui viaggia la classe dirigente e il «know how» del Paese, sia stato causato dal blocco degli scambi, buona parte dei quali sprovvisti di «scandiglie» ossia di resistenze elettriche che scaldano i meccanismi. Assurdo, tenuto conto che già a dicembre scorso vi erano stati dei disservizi. E così un Paese intero, con milioni di passeggeri, si è bloccato con danni economici enormi. Il 90 per cento dei treni ha accumulato ritardi, il 70 per cento dei treni regionali è stato soppresso, il 20 per cento di quelli ad alta velocità è stato cancellato. È questa quella che definiamo un po’ sprezzantemente la «romanità», quello stile sciatto e fatalista con cui si affrontano le avversità della vita, compresa una nevicata di pochi centimetri? Il problema è che questa sciatteria mista a fatalismo rischia di contagiare l’Italia intera. A mezzogiorno, quando sulla banchina della stazione Tiburtina ancora non si vedeva l’ombra del mio treno, ho visto arrivare sotto un sole smagliante una pattuglia di dieci spalatori in assetto da combattimento: pale, scarponi, tute catarifrangenti, elmetto e persino torcia in caso le operazioni dovessero concludersi a tarda notte. Sembravano andare sul Monviso: invece si sono fermati sulla banchina e hanno rimosso una piccola stalagmite di venti centimetri che si era accumulata intorno a un cestino, tra gli sguardi allucinati e ormai fatalisti dei passeggeri. Non ho visto una persona lamentarsi, ed è il segno inquietante che ormai ci stiamo abituando a tutto.

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