Lunedì 19 Gennaio 2009

Bartolomeo Colleoni

D’alta e ritta e ben complessa statura e di proporzionata e ben rispondente unione e collegamento di membra aveva la carnagione bruna, sanguigna e vivace; gli occhi grigi e nello sguardo e nell’acutezza del lume vivi, penetranti, dominatori. Nei lineamenti del volto rappresentava una maschia nobiltà, accompagnata da bontà e prudenza”.
E’ il singolare ritratto del nobile condottiero bergamasco, tratteggiato da Bortolo Belotti nella sua monumentale opera, sulla scorta di alcune tracce lasciateci dallo Spino e dal Cornazzano.
Un profilo carico di suggestioni che esalta la figura del Colleoni. Il castello di Solza fu la culla del capitano di ventura e poi condottiero.
Del maniero non rimane ormai più nulla, solo una spalla della fortificazione che la divide da un vecchio caseggiato rurale.
Il castello non è più protagonista, ma quel luogo rimane una testimonianza autentica dell’origine del Colleoni. Lì vide la luce nel lontano 1400.  I nobili genitori Paolo e Riccadonna de’ Valvassori lo avviarono agli studi di retorica presso alcuni maestri prelati del luogo.  Ma la sua, continua il Belotti, fu “una gioventù ruvida provata da ogni pericolo”, a cui si aggiunse “una virilità fervidamente attiva e agitata”. La “professione di guerriero insensibile ai disagi, alle intemperie, alle privazioni, la passione per la caccia avevano sviluppato in lui la naturale gagliardia fisica”.
Il Colleoni trascorse i suoi primi anni come paggio ai servizi di Filippo Arcelli, signore di Piacenza, ma appena costui venne cacciato dalla città (1418), passò nell’Italia meridionale, sotto la condotta di Braccio da Montone (1419), al servizio di Alfonso d’Aragona, indi di lacopo Caldora col quale entrò nella còrte di Giovanna TI di Napoli.
Un incontro quello con la regina attorniato da una atmosfera di avventure e leggende amorose. -
Il 2 giugno 1424 - data del suo battesimo d’armi - condusse una ventina di cavalli nello scontro all’Aquila degli Abruzzi. Una missione che per alcuni non ebbe nulla di glorioso e temerario, per altri invece con quell’impresa guadagnò la stima dei “superiori” che più tardi lo avrebbero fatto entrare al soldo della Repubblica di Venezia, nella guerra contro Filippo Maria Visconti (1431).
Sotto il comando del Carmagnola il Colleoni trascinò un drappello di uomini nel tentativo di occupare Cremona, per questo Venezia lo ricompensò affidandogli il feudo di Bottanuco.
A trent’anni il capitano di rango inferiore, vigoroso e possente, dopo una breve sosta nell’Isola, partecipò agli scontri in Valtellina (1432) e in Valcamonica (1433).
Sposatosi con Tisbe Martinengo, figlia del comandante dell’esercito veneto, proseguì là carriera militare agli ordini di GianFranco Gonzaga, partecipò alla difesa di Bergamo (1438) insidiata dal Piccinino. Poi si mise al fianco di Francesco Sforza e del Gattamelata per liberare la città di Brescia dai milanesi. Nell’incalzare degli eventi il Colleoni fu sempre in prima linea e il suo nome rimase pertanto legato alle “missioni” più importanti e decisive.
Nel 1441 siglò una condotta - un patto tra mercenari e il loro capitano - con Venezia che in cambio del suo impegno gli assegnò i feudi di Romano, Covo, Antegnate.
Dopo aver preso parte alla battaglia di Cignano con Francesco Sforza, sorsero alcuni contrasti con Venezia, tanto che il Colleoni decise di allearsi con Filippo Maria Visconti, che lo ricompensò con due castelli a Adorno e a Milano.
Alla scomparsa di Erasmo Narni, suo maestro di carriera, e del Piccinino il nostro primeggiava nelle fila del comando, tuttavia in quest’ultimo periodo non ebbe modo di farsi notare.
Poco dopo meditò il proposito di ritornare a Venezia, per questo venne incarcerato ai Forni di Monza da dove fuggì solo alla morte di Filippo Maria Visconti (1447).
Nel 1448 - l’anno dell’inizio delle sue più coraggiose imprese - firmò la nona condotta con Venezia, passando sotto Attendolo Sforza col quale combattè negli scontri di Caravaggio, nelle campagne bergamasche, bresciane, parmensi, sino alla battaglia del Sesia e di Borgomanero (1449).
Nonostante queste eroiche gesta il comando, cui aspirava il Colleoni, passò nelle mani di Gentile della Leonessa, proclamato appunto comandante generale dell’esercito veneziano.
Sdegnato, deluso e dopo aver minacciato di disertare si affiancò a Francesco Sforza, ma costui sospettando sulla fedeltà del bergamasco lo spedì a combattere a Monferrato.
Venezia comunque non s’arrese mai, pensando al ritorno del Colleoni; costui infatti dopo aver conquistato Pontevico e Romano, rinunciò a scontrarsi con Bergamo come avrebbe invece potuto e, dopo un accordo con lo Sforza, si avviò verso la laguna.
Il 4 marzo 1454 siglò l’ennesima condotta con Venezia che prevedeva oltre ad una ricompensa di centomila ducati all’anno, anche la promessa della promozione a capitano generale.
Da Venezia ebbe finalmente l’agognato comando, ma il Colleoni poco più tardi venne “relegato” alla sontuosa residenza alla corte del castello di Malpaga: quasi una gabbia dorata.
Nonostante i richiami dei francesi, le invocazioni di Pio II, la prospettiva di guerreggiare a Napoli (1460) nella crociata contro i Malatesta (1462) o nella spedizione a Morea (1463), il condottiero orobico tornò sulla scena solamente nel 1467. Ormai vecchio e consumato combatté nello scontro della Riccardma (1467) che ebbe esiti incerti.
E quella fu proprio l’ultima battaglia del Colleoni. Nel 1474 venne contattato ancora una volta da Venezia che pensava di affiancarlo a Carlo il Temerario di Borgogna nello scontro a Milano. Dopo aver siglato un contratto per 150.000 ducati all’anno, 1000 lance e 1500 uomini, il Colleoni invece non partì. A Malpaga trascorse gli ultimi giorni della sua vita, tra cerimonie e ricevimenti, con personaggi di primo piano dell’epoca.
La fine stava ormai sopraggiùngendo. Ammalato (forse di epatite acuta) morì il 2 novembre del 1475. Trasportato a Bergamo, con solenne corteo, venne sepolto probabilmente nella cappella che l’Amadeo stava per ultimare.  

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