Lunedì 19 Gennaio 2009

Angelo Mai

I1 “gigantesco scalvino” - come lo definisce il Belotti - nacque a Schilpario il 7 marzo 1782, da Angelo e Pietra di Antonio Mai de Battistei, ultimo di cinque figli. Ricevette le basi del sapere linguistico da don Angelo Cossali di Parre e nel 1796 entrò nel Seminario di Bergamo dove - come ricorda un aneddoto - dovette subire gli schemi dei compagni a causa del suo povero abbigliamento. Nonostante le sue umili origini, per la sua straordinaria intelligenza si fece notare da don Luigi Carrara che, a sua volta, lo presentò al canonico, arciprete della Cattedrale di Bergamo, mons. Luigi Mozzi che divenne più tardi suo “protettore”. La sua prima composizione letteraria fu un poemetto in ottave ispirato al Tasso e al Monti, intitolato “Il Natale di Cristo”, che rivelò il suo talento naturale di letterato. A causa delle vicende politiche del tempo si trasferì il 16 ottobre 1799 a Colorno, nei pressi di Parma, dove l’ex gesuita Giuseppe Pignatelli Fuentes, con la protezione del Duca Ferdinando, stava creando una piccola comunità per raccogliere giovani seminaristi che dopo la chiusura delle scuole religiose, erano rimasti senza guida. Il Mai fece quindi parte di quel gruppetto di primi novizi che appartenevano alla disciolta Compagnia di Gesù e che venne ricostituita solo nel 1814. A Colorno il Mai insegnò grammatica e nel 1803 entrò nel Collegio dei Nobili di Parma in qualità sia di professore, che di studente in filosofia. Il periodo parmense non fu comunque dei più facili in quanto, morto il protettore Duca Ferdinando, forse per avvelenamento, subentrato il dominio francese, la piccola comunità che si ispirava alla tradizione dei Gesuiti, non fu certo vista di buon occhio dai governi napoleonici. Fu così che nel novembre 1804 preferì trasferirsi a Napoli dove, su decreto papale, era stato concesso a re Borbone di ristabilire la Compagnia di Gesù. Il soggiorno napoletano, ricco di studi al Collegio Massimo, terminò con l’invasione dei francesi che sciolsero tutti gli ordini religiosi. Dopo una breve parentesi a Roma, il 18 settembre 1806 giunse ad Orvieto, un mese più tardi fu ordinato sacerdote dal vescovo Lambruschini. Nella città ricevette da due confratelli Spagnoli, il Montero e il Menchaca i preziosi insegnamenti sull’arte di far vivere le scritture con difficili processi chimici e di leggere i palinsesti: quei manoscritti che dopo la prima scrittura erano stati “scoloriti” per permettere un’ulteriore scrittura. La permanenza ad Orvieto fu interrotta da un decreto napoleonico che obbligò gli” emigrati” a rientrare nella propria regione d’origine. Fu così che tornò in patria e ricevette l’incarico di scrittore di lingue orientali alla Biblioteca Ambrosiana, grazie all’interessamento del Prefetto Pietro Cighera e del conte Gilberto Borromeo, suo grandissimo estimatore e talvolta anche editore nelle sue ricerche. Iniziò posi la vera carriera di paleografo e studioso, condotta con inesauribile passione, leggendo raffrontando testi. Un’attività che lo porterà nell’Olimpo dei grandi. Le sue straordinarie capacità sono così descritte dal Belotti: “Si direbbe che prendendo fra le sue dita, antiche pergamene, egli sentisse sotto i loro caratteri il tesoro dei testi perduti, come un rabdomante sente le nascoste sorgive”. A Milano si distinse subito per la sua preparazione e riuscì a far acquistare ben 45.296 pergamene provenienti da diverse biblioteche soppresse. Da quelle antiche stampe, da quei polverosi manoscritti, il Mai riportò alla luce preziose opere sconosciute, tra le quali ricordiamo in ordine di tempo: 1813 - La versione di Isocrate: “De permutazione”. 1814 - Frammenti delle Orazioni di Cicerone. 1815 - Discorsi di Simmaco, opere inedite latine e greche del celebre oratore Frontone maestro di Marco Aurelio e Lucio Vero. Tali documenti erano nascosti in un palinsesto contenente gli atti del Concilio di Calcedonia proveniente dalla Biblioteca dell’Abbazia di Bobbio. 1816 - Discorsi di Temistilio Filosofo “Le Antichità Romane” di Dionigi di Alicarnasso. 1817-1818 - “Le Antichità di Filone” e l’Itinerario di Alessandro”. La pubblicazione di queste opere gli procurarono grandissima stima da parte di autori e letterari, tra i quali pure Giacomo Leopardi, ma suscitarono nel contempo invidie e critiche da parte di alcuni studiosi tedeschi. A tale proposito vale ricordare la polemica che suscitò la pubblicazione dei frammenti delle “Antichità Romane” di Alicarnasso, dedicata all’imperatore Francesco I. L’opera, molto attesa dagli studiosi, fu aspramente criticata dal pisano Sebastiano Ciampi e diede vita ad una diatriba nella quale intervenne lo stesso Giacomo Leopardi con una pacata interpretazione. A Milano il Mai divenne noto ai grandi personaggi che spesso pubblicavano suoi lavori. Il suo carattere schivo e riservato - non introverso come alcuni hanno voluto ingiustamente ricordare - lo portò tuttavia a preferire la scrivania dell’Ambrosiana ai salotti delle grandi famiglie. Il suo rifiuto (1815) della cattedra di greco del Liceo milanese, non va quindi legato alla sua personalità, ma alle vicende politiche del tempo che prevedevano un’imminente invasione austriaca. Era insomma preferibile non rimanere in vista nella vita pubblica. In tale periodo il Mai incorse nell’errore di scambiare un codice di Giorgio Gemisto Platone per un’opera di Filone Ebreo, errore di cui molto si dolse e che lo obbligò a scusarsi con Trivulzio, cui aveva dedicato l’opera, e che lo aveva sostenuto nella pubblicazione. Il 7 novembre del 1817 venne nominato Prefetto della Biblioteca Vaticana, un incarico notevole che si addiceva alla sua peculiare professionalità, ma che gli procurò inimicizie di persone che ritenevano avere maggior diritto a ricoprire tale carica. Ma le polemiche e le critiche furono ben presto messe a tacere con la prova dei fatti. Nel gennaio 1820 il Mai rese noto il ritrovamento di una parte del “De Re Publica” di Cicerone, un’opera di grandissimo valore. Il palinsesto è il famoso codice vaticano 5757 del decimo secolo. Il “De Re Publica” di Cicerone non solo era conosciuta dai grandi scrittori antichi, ma era tenuto in grande considerazione anche dai Padri della Chiesa fra cui S. Agostino. Anzi lo stesso Mai ritenéva che S. Agostino nel comporre il “De Civitate Dei” si fosse ispirato al testo politico di Cicerone. La scoperta, dedicata a Pio VII, suscitò l’entusiasmo degli studiosi, per questo gli vennero tributati i versi di padre Francesco Viilardi, un’ode di Leopardi e altre composizioni elogiative. Al “De Re Publica” seguirono altri ritrovamenti. Il Mai stesso ci ha lasciato di sua mano una nota dei principali in alcuni appunti biografici confidati a Salvatore Betti. “I Supplementi alle storie di Polibio, Diodoro, Dione Cassio, Eunapio; una parte notabile del diritto Romano; tre mitografi Latini: cinque libri Greci di Oribasio medico di Giuliano Cesare; una orazione di Aristide; Paride e Nepoziano abbreviatori di Valerio Massimo; Probo, Placido ed Apuleio grammatici; una retorica di Giulio Vittore: un lessico Latino antico; Erennio sopra Aristotile; tre libri sibillini; due cronache Bizantine; due opuscoli di Boezio; una dinamidia medicinale: e più altri frammenti di ambedue le lingue; larghi cataloghi di codici Arabi, Siri, Egiziani e d’altre lingue orientali: ed in separato volume una nuova edizione delle pitture del Virgilio Vaticano riunite alle Omeriche dell’Ambrosiana. Maggiore è la materia della parte sacra di questi volumi: e sono opere, ora intere, ora interrotte, di: Eusebio Cesarese, Cirillo Alessandrino, Gregorio Nisseno, Teodoro di Mopsuestia, Vittorino Africano, Ferrando di Cartagine, Niceta di Aquileia, Attone Vercellese, Procopio di Gaza, Giustiniano Cesare, Leonzio Palestino, Fozio patriarca, alcuni Anastasi, Pietro Damiani, Pietro diaconi; molti commenti biblici, molti frammenti di antichi Padri, e diverse omelie Greche e Latine; un corpo di iscrizioni cristiane; e ben anche un volume di discorsi accademici ed ecclesiastici in lingua nostra”. Nel 1825 iniziò la “catalogazione” delle sue ricerche in quattro grandi collezioni: - “Scriptorum Veterum Nova Collectio” - “Classici Autores cx Codicibus Vaticanis” - “Spiciliegium Romanum” - “Nova Patnim Bihliotheca” (non completata) La grande professionalità nonchè le doti diplomatiche del Mai lo portarono alle nuove cariche di Protonotario Apostolico (1830) e segretario della Congregazione “De propaganda fide” (1833). L’instancabile attività nell’opera di diffusione della fede cattolica, soprattutto nel mondo arabo, nonchè la sua indiscutibile grandezza di filologo lo condussero alla porpora cardinalizia (12 febbraio 1838) assieme a mons.Gaspare Giuseppe Mezzofanti, suo amico e collega di lavoro. Entrambi erano stati revisori di libri della Chiesa Orientale. Ordinato cardinale, fu protettore di numerosi ordini fra i quali la Congregazione Benedettina di Monte Cassino e l’Arciconfraternita dei bergamaschi. Durante tale periodo con circa un secolo d’anticipo sul decreto di Leone XIII, si prodigò nel rendere libera la consultazione dell’archivio segreto del Vaticano. Fu anzi egli stesso tra i promotori della pubblicazione di uno dei più antichi esemplari della Bibbia. La morte lo colse a settantadue anni l’8 settembre 1854 a Castel Gandolfo, dopo breve malattia. Venne sepolto nella chiesa di S.Anastasia di Roma. Sul monumento funebre l’iscrizione che egli stesso preparò (in latino) così recita: “Qui giaccio io Angelo, rampollo di Bergamaschi che vegliando in dotti studi passai la mia vita. - Il purpureo paludamento ed il rosso galero mi diede - Roma; ma dammi Tu o Cristo clemente, l’empireo cielo - In Te fissandomi potei sopportare le lunghe fatiche; - Or mi sia con Te la dolce e alta quiete”.

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